06 maggio 2026

Urania n. 18 - Anni senza fine di Clifford Donald Simak

 

CARATTERISTICHE EDITORIALI E FISICHE
Il volume si presenta benissimo! Elastico, coeso e maneggevole, ma le escoriazioni su copertina e quarta di copertina gli fanno perdere punti LEM. Ciononostante la costina è immacolata e le pagine interne ancora decentemente bianche, con lievi segni di brunitura solo ai margini superiori. Un 4? Lì intorno.
 
Il romanzo non ha bisogno di presentazioni ma lo scopo di questo blog è nerdare duro sulla fantascienza vintage quindi lo presento ugualmente e ve ne farete una ragione. Parliamo infatti di City del buon Clifford D. Simak, uscito per la prima volta sotto forma di otto storie brevi collegate tra loro pubblicate dal caro vecchio Campbell su Astounding Science Fiction tra il 1944 e il 1951. Per farne un libro, Simak ha scritto delle note che collegano tutti i racconti. La prima edizione hardcover è del 1952, appena un anno prima dell'uscita di questo numero di Urania, a continua testimonianza del fatto che Monicelli aveva il naso a terra come un segugio (battutona). 
 
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È ovviamente la prima edizione italiana, a cui seguì un'edizione del 1970 con traduzione di Ugo Malaguti. 
 
La copertina di Curt Caesar non c'entra una beneamata fava col romanzo e questo le fa perdere dieci punti contro quella originale, che è bella, coerente ed evocativa. Quel che si vede è eccellente come al solito perché Caesar rimane il maestro del realismo tecnologico, ma da nessuna parte c'è una scena con una passeggiata spaziale: per questo romanzo non deve aver ricevuto chissà che indicazioni. Puzza addirittura di immagine realizzata per qualcos'altro e usata in emergenza più che un'illustrazione esplicitamente concepita per il libro, ma la mia è una pura impressione sostenuta da nulla. Illustrazioni interne di un Belt non particolarmente ispirato che, comunque, fa il suo lavoro.
 
I titoli degli otto racconti sono come segue, ma qui manca il nono, Epilogo,  uscito nel 1973 e presente in tutte le edizioni successive - cosa che non so se l'autore stesso gradirebbe. L'editoriale di Urania Collezione n° 157 a firma di Gianfranco De Turris riporta che il racconto fu creato per omaggiare Campbell dopo la sua dipartita, ma che Simak si pentì di averlo scritto perché il libro era già ben compiuto. Io, francamente, sono d'accordo con lui.
  1.  La città agonizza
  2.  Jenkins, l'automa
  3.  Il cane Nathaniel 
  4.  La fuga su Giove 
  5.  Il dilemma di Tyler Webster
  6. La pagoda
  7.  (Senza titolo)
  8.  (Senza titolo)
Il traduttore a questo giro è Tom Arno, cioè il sopracitato curatore di Urania Giorgio Monicelli, e devo dire che ha fatto un gran bel lavoro! Ci sono degli inciampi (come "era stato necessario medicare l'acciaio" che, chiaramente, fraintende "doctored" o usa "medicato" in modo molto inusuale e goffo) ma in generale la qualità è più che buona e la lettura scorre veloce.
La prosa risulta poetica ma vivace, suona vintage invece che vecchia ed è priva sia di fantaneologismi implausibili, pur del tutto giustificabili agli esordi della fantascienza in Italia, che di arcaismi caratterizzanti altre traduzioni affidate a gente con un gusto più classico o scarsa dimestichezza col genere. Fanno eccezione alcuni modi di dire e uno "iugeri" che secondo me traduce un più banale "fields", nonché un "murmure lene" (mormorio lieve) che dovrebbe essere una (inconsapevole?) citazione di Pascoli, dal poemetto Sorella a Maria. Probabilmente al tempo era conoscenza molto più comune di quanto non sia oggi e non suonava altrettanto fuori luogo. Concludo segnalando il delizioso "non è cosa da prendersi a gabbo" di pagina 117 (foto sotto), modo di dire in cui non mi ero mai imbattutto e mi piace un sacco. "Gabbo" significa "burla" o "beffa", quindi significa grosso modo "non è cosa da prendere alla leggera".

Per i curiosi il titolo del romanzo viene da una frase nel secondo racconto, Jenkins, l'automa, e si trova a pagina 26, per poi essere ripetuta con leggere variazioni a pagina 110 e 135. Anche in questo caso, foto sotto.
 
Ci sono, ahimé come spesso accade, parecchi errori di battitura: ho smesso di contarli intorno ai 10.

RECENSIONE (SPOILER!)
All'inizio ho pensato di offrire un breve sommario di ogni racconto, ma perché spoilerare fino a quel punto? Basti dire che il libro si presenta come un'edizione integrale e definitiva di certe antichissime leggende orali, con tanto di apparato critico e citazioni accademiche, solo che è stato scritto dai cani.
No, non da cani. Dai cani.
L'umanità si è estinta e gli unici sofonti rimasti sul pianeta sono i cani. Che ovviamente parlano, leggono, scrivono e in generale fanno molto di quel che facciamo anche noi, tranne la guerra e gli omicidi. Che, voglio dire, niente male.
Noi, in questo mondo, non siamo una verità storica ma un mito tramandato con racconti intorno al fuoco che trova forma scritta in questo pseudobiblium.
Le storie presentate seguono le vicende della famiglia Webster attraverso i secoli, perché hanno un ruolo importante nel crollo della civiltà umana  e nel sorgere di quella canina. Attraverso i diversi episodi, ci si fa un'idea del perché siano sparite le città, di quale sia stato il fondamentale ruolo degli automi nella storia delle due specie, di quando e come abbiamo iniziato a viaggiare tra i pianeti e poi tra le stelle, di come sia andata la colonizzazione di Giove, del modo in cui i cani abbiano imparato a parlare e del motivo per cui la filosofia (marziana) possa cambiare il destino delle specie intelligenti.
Non so voi ma per me questo è ORO PURO.
Sì, le spiegazioni "sociologiche" dei complessi processi che hanno portato al nostro tramonto sono un po' semplicistiche, ma convincenti: Simak fa un ottimo lavoro e glielo si condona facilmente. Gli argomenti che presenta per motivare i cambiamenti societari parlano alle nostre emozioni e, su quel piano, sono efficaci: risultano plausibili abbastanza. Erano, peraltro, decisamente altri tempi, in cui la sociologia era un campo vergine dove pascolavano ipotesi folli e tutto sembrava possibile. In definitiva, non è un gran colpo alla sospensione dell'incredulità, che è facile da mantenere.

Il punto di vista canino sul mondo è peculiare. Da un lato, soffrono di un curioso sciovinismo riguardo alla loro specie (che chiamano "razza", come era normale al tempo per riferirsi allo stesso concetto) e usano termini come "carattere" e "struttura morale" di detta  razza, che ricordano molto un certo tipo di retorica razzista. Prendono inoltre loro stessi a metro di paragone per giudicare lo status delle altre razze, considerandosi il picco dell'evoluzione morale dei viventi. D'altro canto, sono abbastanza giustificati: prosperi e pacifici, per loro guerra, violenze e omicidi sono inconcepibili. In generale colti e fini pensatori, in armonia con tutte le creature, diciamo che un po' di diritto di critica ce l'hanno. L'autore canino dell'apparato accademico (e, quindi, Simak) non perde occasione per metterci di fronte a uno specchio, evidenziando i difetti e le stupidità della razza umana così come emergono dalle otto "leggende". 
Attraverso questa device letteraria l'autore, come si  dice a Roma, nun se tiene 'n cecio 'n bocca (cioè non è per nulla reticente a parlare in modo schietto). È molto, molto critico sulla nostra capacità di comunicare sinceramente e provare empatia l'uno per l'altro, ad esempio. Ci dipinge come una specie gretta, materialistica, all'inseguimento del progresso solo in nome del potere e del dominio sulla materia, filosoficamente svantaggiata e, appunto, di scarsa "struttura morale". Figuriamoci che l'umanità "ha avuto bisogno di un milione di anni per liberarsi del vizio d'uccidere e ne parla come un trionfo!".
 
La scienza è trattata con disinvoltura ma anche abbastanza rispetto: un po' stiracchiata, ma ragionevolmente spiegata e non dico altro o spoilero male. All'inizio il lettore si fa domande sulla strana evoluzione dei cani, ma poi tutto diviene chiaro. In generale non c'è nulla di selvaggiamente folle, ma non è un romanzo che bada troppo all'accuratezza scientifica e, dopotutto, non deve esserlo. È più la storia di un futuro immaginato in cui si delineano i motivi fondamentali, morali e filosofici, che Simak pensa porteranno all'estinzione della razza umana.
 
In tutto ciò però mi ha colpito molto la descrizione di Giove, di cui a un certo punto del racconto gli esseri umani stanno cercando di colonizzare la superficie. Perché sì, in Anni senza fine Giove ha una superficie spazzata da costanti, furiosissimi uragani di metano che fanno piovere  ammoniaca – e c'è persino una fauna autoctona che, senza spoilerare troppo, sarà molto importante nel determinare il destino della nostra specie! 
Nel 1952 il consenso generale della comunità scientifica era già che Giove fosse un gigante gassoso (en passant, termine coniato proprio quell'anno dallo scrittore di fantascienza James Blish), cioè un pianeta composto prevalentemente di gas a strati sempre più densi, compresso al punto che in fondo al pozzo gravitazionale la materia si comporta in modo bizzarro. Già negli anni '20 del '900 un fisico aveva proposto un modello simile. Citando chi ne sa più di me:
"Modern studies of the composition of Jupiter's atmosphere date back to the mid-nineteenth century, when the near- infrared spectrum of the planet was viewed by Rutherfurd (1863) using diffraction gratings of his own manufacture. He discovered features that remained unidentified until 1932, when Wildt showed that the unknown spectral lines were due to ammonia and methane. In later years, building on the original insight of Jeffreys (1923, 1924), Wildt and others went on to note that the low density of Jupiter and the presence of these hydrogen-rich compounds in the atmosphere were consistent with a bulk composition similar to that of the Sun, that is, primarily hydrogen."

– Taylor et al., The Composition of the Atmosphere of Jupiter
Insomma, su questo Simak non era un granché preparato, oppure ha scelto di ignorare la scienza per raccontare la storia.
 
Chiudono il volume:
  • la prima puntata di Entra la morte, altro romanzo di Rex Stout che non recensirò perché belli i gialli ma non mi intendo mischiare;
  • le Curiosità Scientifiche, in cui Monicelli riassume e racconta i contenuti di The Exploration Of Space di Arthur C. Clarke con buon piglio e sufficiente chiarezza. Anche se si lascia andare a considerazioni personali un po' bislacche, il tono è entusiastico quando parla di viaggi interstellari e colonie spaziali e la scienza è, per quel che ho potuto constatare, corretta per il 1952. Sì, ho controllato alcuni passaggi col testo originale. Sì, lo so, sono matto. Nota curiosa! A un certo punto Monicelli propone due sinonimi di fantascienza (o fanta-scienza, come aveva scritto nell'editoriale del primo numero) che mi hanno fatto sorridere. Non li scrivo, dovete leggerli coi vostri occhi :D
  • L'angolo enigmistico di cui non ho, come al solito, molto da dire. È enigmistica.
In conclusione!
Il romanzo rimane costante su note altissime lungo tutto il corso della lettura, giungendo a un culmine che contiene creature mutanti, una marea di formiche e un multiverso di possibilità, nonché le spiegazioni di quelle poche cose rimaste in sospeso; ad esempio lo specifico motivo per cui l'uomo è ritenuto un'invenzione letteraria dell'oscuro passato canino anziché una realtà dei fatti.
Il finale, poi, è col botto. Moralmente complesso, incredibilmente fantascientifico, prende una direzione del tutto inaspettata senza per questo essere fuori luogo. Simak sa venderla benerrimo e il romanzo è in generale una delle cose migliori che ho letto nel corso di questa avventura agli albori della fantascienza in Italia. 
Appassionante, immaginifico e godibilissimo!

La copertina "boh".

Ancora pubblicità del Deodorin di Rumianca.

Costina in forma.

Mai perdere l'occasione di spacciare i gialli!

Frontespizio con firma illeggibile e data, Giugno 1953.

Scheda dell'opera

Inizio al fulmicotone.

La musica "esala" dalla radio e una voce lo chiamò "di sul davanti": il lessico è un po' demodé ma suadente e comprensibile anche oggi.

Non so perché ma mi sembrano così buffi. Sì, anche se portano una bara.

L'incontro tra Nathaniel, il primo cane parlante, e un impiegato statale.

Due chiacchiere serali col cane.

Le formiche sono importanti, ma non vi dico come.

Ecco il titolo! L'ho visto! Ci vuole quel meme con Leonardo di Caprio che riconosce una cosa in TV.

Superficie di Giove con cupola. Va' che tempeste!

Una bella descrizione delle sfide offerte dalla colonizzazione della superficie di un pianeta che non ne ha :D

"È permesso?"

Chiacchiere con l'automa. Di umani che parlano tra loro ce ne sono pochini.

Un esempio dell'apparato accademico dello pseudobiblim canino. Contiene un esempio di "congenita stabilità spirituale" della "razza", che se non ce l'ha non è civile.

Quella è una citazione di Pascoli o mi mangio il cappello.

Ma cos'ha addosso?

La didascali di quell'illustrazione è uno spoiler ulteriore, ma che posso farci?

L'automa si chiama Jenkins.

Ci credo che ci siamo estinti: vestivamo malissimo.

L'ha ridetto!

 

Questa illustrazione mi piace particolarmente.

Questa molto meno: scopiazza Escher e non rappresenta bene la scena a cui si riferisce.

Ho detto che gli automi hanno le astronavi e parlano coi cani? Perché è una delle cose che succedono.

Han Solo nella carbonite era più stiloso.

Siamo a metà del 1953 e Urania Rivista stava già per chiudere, a questo punto. Cesserà le pubblicazioni con il numero 14 nel Dicembre di quello stesso anno.

In appendice troviamo un altro giallo di Rex Stout che non recensirò perché non è fantascienza.

Stavolta si parla dell'autore del primo numero di Urania, Le Sabbie di Marte.

Va' che bel giovinotto, il Clarke.

Classica e immortale rubrica enigmistica.

I titoli successivi sono in ordine un po' sparso. Il 19 sarà Preludio allo spazio, il 20 Paria dei cieli.

 

Saggio sulla Ministra degli Esteri Rumena dal 1947 al 1952. Al tempo scottante attualità.