All'inizio
ho pensato di offrire un breve sommario di ogni racconto, ma perché
spoilerare fino a quel punto? Basti dire che il libro si presenta come
un'edizione integrale e definitiva di certe antichissime leggende orali, con
tanto di apparato critico e citazioni accademiche, solo che è stato
scritto dai cani.
No, non da cani. Dai cani.
L'umanità
si è estinta e gli unici sofonti rimasti sul pianeta sono i cani. Che
ovviamente parlano, leggono, scrivono e in generale fanno molto di quel
che facciamo anche noi, tranne la guerra e gli omicidi. Che, voglio
dire, niente male.
Noi, in questo mondo, non siamo una verità storica ma un mito tramandato con racconti intorno al fuoco che trova forma scritta in questo pseudobiblium.
Le storie presentate seguono le vicende della famiglia Webster attraverso i secoli, perché hanno un ruolo importante nel crollo della civiltà umana e nel sorgere di quella canina. Attraverso i diversi
episodi, ci si fa un'idea del perché siano sparite le città, di quale sia stato il fondamentale ruolo degli automi nella storia delle due specie, di quando e
come abbiamo iniziato a viaggiare tra i pianeti e poi tra le stelle, di come sia andata la colonizzazione di Giove, del modo in cui i cani abbiano imparato a parlare e del motivo per cui la
filosofia (marziana) possa cambiare il destino delle specie intelligenti.
Non so voi ma per me questo è ORO PURO.
Sì,
le spiegazioni "sociologiche" dei complessi processi che hanno portato
al nostro tramonto sono un po' semplicistiche, ma convincenti: Simak fa un ottimo
lavoro e glielo si condona facilmente. Gli argomenti che presenta per motivare i cambiamenti societari parlano
alle nostre emozioni e, su quel piano, sono efficaci: risultano plausibili abbastanza. Erano,
peraltro, decisamente altri tempi, in cui la sociologia era un campo
vergine dove pascolavano ipotesi folli e tutto sembrava possibile. In
definitiva, non è un gran colpo alla sospensione dell'incredulità,
che è facile da mantenere.
Il punto di vista canino sul mondo è peculiare. Da un lato, soffrono di un curioso sciovinismo riguardo alla loro specie (che chiamano "razza", come era normale al tempo per riferirsi allo stesso concetto) e usano termini come "carattere" e "struttura morale" di detta razza, che ricordano molto un certo tipo di retorica razzista. Prendono inoltre loro stessi a metro di paragone per giudicare lo status delle altre razze, considerandosi il picco dell'evoluzione morale dei viventi. D'altro canto, sono abbastanza giustificati: prosperi e pacifici, per loro guerra, violenze e omicidi sono inconcepibili. In generale colti e fini pensatori, in armonia con tutte le creature, diciamo che un po' di diritto di critica ce l'hanno. L'autore canino dell'apparato accademico (e, quindi, Simak) non perde occasione per metterci di fronte a uno specchio, evidenziando i difetti e le stupidità della razza umana così come emergono dalle otto "leggende".
Attraverso questa device letteraria l'autore, come si dice a Roma, nun se tiene 'n cecio 'n bocca (cioè non è per nulla reticente a parlare in modo schietto). È molto, molto critico sulla nostra capacità di comunicare sinceramente e provare empatia l'uno per l'altro, ad esempio. Ci dipinge come una specie gretta, materialistica, all'inseguimento del progresso solo in nome del potere e del dominio sulla materia, filosoficamente svantaggiata e, appunto, di scarsa "struttura morale". Figuriamoci che l'umanità "ha avuto bisogno di un milione di anni per liberarsi del vizio d'uccidere e ne parla come un trionfo!".
La scienza è trattata con disinvoltura ma anche abbastanza rispetto: un po' stiracchiata, ma ragionevolmente spiegata e non dico altro o spoilero male. All'inizio il lettore si fa domande sulla strana evoluzione dei cani, ma poi tutto diviene chiaro. In generale non c'è nulla di selvaggiamente folle, ma non è un romanzo che bada troppo all'accuratezza scientifica e, dopotutto, non deve esserlo. È più la storia di un futuro immaginato in cui si delineano i motivi fondamentali, morali e filosofici, che Simak pensa porteranno all'estinzione della razza umana.
In tutto ciò però mi ha colpito molto la descrizione di Giove, di cui a un certo punto del racconto gli esseri umani stanno cercando di colonizzare la superficie. Perché sì, in Anni senza fine Giove ha una superficie spazzata da costanti, furiosissimi uragani di metano che fanno piovere ammoniaca – e c'è persino una fauna autoctona che, senza spoilerare troppo, sarà molto importante nel determinare il destino della nostra specie!
Nel 1952 il consenso generale della comunità scientifica era già che Giove fosse un gigante gassoso (en passant, termine coniato proprio quell'anno dallo scrittore di fantascienza James Blish), cioè un pianeta composto prevalentemente di gas a strati sempre più densi, compresso al punto che in fondo al pozzo gravitazionale la materia si comporta in modo bizzarro. Già negli anni '20 del '900 un fisico aveva proposto un modello simile. Citando chi ne sa più di me:
"Modern studies of the composition of Jupiter's atmosphere date back to the mid-nineteenth century, when the near- infrared spectrum of the planet was viewed by Rutherfurd (1863) using diffraction gratings of his own manufacture. He discovered features that remained unidentified until 1932, when Wildt showed that the unknown spectral lines were due to ammonia and methane. In later years, building on the original insight of Jeffreys (1923, 1924), Wildt and others went on to note that the low density of Jupiter and the presence of these hydrogen-rich compounds in the atmosphere were consistent with a bulk composition similar to that of the Sun, that is, primarily hydrogen."
– Taylor et al., The Composition of the Atmosphere of Jupiter
Insomma, su questo Simak non era un granché preparato, oppure ha scelto di ignorare la scienza per raccontare la storia.
Chiudono il volume:
- la prima puntata di Entra la morte, altro romanzo di Rex Stout che non recensirò perché belli i gialli ma non mi intendo mischiare;
- le Curiosità Scientifiche, in cui Monicelli riassume e racconta i contenuti di The Exploration Of Space di Arthur C. Clarke con buon piglio e sufficiente chiarezza. Anche se si lascia andare a considerazioni personali un po' bislacche, il tono è entusiastico quando parla di viaggi interstellari e colonie spaziali e la scienza è, per quel che ho potuto constatare, corretta per il 1952. Sì, ho controllato alcuni passaggi col testo originale. Sì, lo so, sono matto. Nota curiosa! A un certo punto Monicelli propone due sinonimi di fantascienza (o fanta-scienza, come aveva scritto nell'editoriale del primo numero) che mi hanno fatto sorridere. Non li scrivo, dovete leggerli coi vostri occhi :D
- L'angolo enigmistico di cui non ho, come al solito, molto da dire. È enigmistica.
In conclusione!
Il romanzo rimane costante su note altissime lungo tutto il corso della lettura, giungendo a un culmine che contiene creature mutanti, una marea di formiche e un multiverso di possibilità, nonché le spiegazioni di quelle poche cose rimaste in sospeso; ad esempio lo specifico motivo per cui l'uomo è ritenuto un'invenzione letteraria dell'oscuro passato canino anziché una realtà dei fatti.
Il finale, poi, è col botto. Moralmente complesso, incredibilmente fantascientifico, prende una direzione del tutto inaspettata senza per questo essere fuori luogo. Simak sa venderla benerrimo e il romanzo è in generale una delle cose migliori che ho letto nel corso di questa avventura agli albori della fantascienza in Italia.
Appassionante, immaginifico e godibilissimo!