13 luglio 2026

Urania n. 19 - Preludio allo spazio di Arthur Charles Clarke

CARATTERISTICHE EDITORIALI E FISICHE

Il volume si presenta elastico e coeso, dai margini netti, senza pieghe e con una costina invidiabile, leggibilissimo. Come è stato spesso il caso finora, sembra più giovane dei suoi oltre 70 anni. Purtroppo i margini delle pagine interne sono particolarmente bruniti e il bianco della copertina pure, quindi boh, LEM 4.5 a dir tanto.

Preludio allo spazio è ovviamente la primissima edizione italiana di Prelude to space, come tutti i precedenti, ed è uscito da noi il 10 Luglio 1953. Clarke lo scrisse nel 1947 ma lo pubblicò solo nel 1951 – nove anni prima che venisse annunciato il Programma Apollo – in paperback per i tipi di World Editions Inc., come terzo numero della collana "Galaxy novels" (se siete curiosi degli altri titoli della serie eccoli qui, c'è roba notevole).

Per ammissione dello stesso Clarke, il romanzo fu scritto con un forte intento "propagandistico". Nel 1947 gli USA mandarono i primi esseri viventi nello spazio (solo tecnicamente, cioè a oltre 100km dalla superficie: moscerini della frutta in un razzo V2 sub-orbitale) e Clarke era evidentemente appassionato della ricerca in questo campo. Il libro è intriso d'entusiasmo per il futuro dell'umanità nello spazio... anzi, dell'uomo: nell'intero libro non c'è nemmeno una donna. A mia memoria Clarke è un po' tutto così: se c'è una donna, è irrilevante. Nella SF di questo periodo si trovano spesso cose del genere e bisogna, ahimé, fargli la tara per godersi il resto. Provate a rileggere Verne o Wells da adulti e ci vedrete razzismo colonialista e misoginia da lasciare basiti – o compiaciuti, se siete razzisti e misogini, ma spero di no. Il che ovviamente non significa che non possiamo prendere il bello che c'è dentro questi lavori, ma meglio rendersene conto!

Tornando a bomba: traduzione di A.S., che sta per Armando Silvestri, giornalista, direttore di varie riviste di aeronautica e scrittore di fantascienza di cui trovate qui la bibliografia. È bravo. Ma bravobravobravo. Rende benissimo la prosa asciutta di Clarke, che adoro e con cui ho buona familiarità anche in lingua originale. Si vede che Silvestri ha competenza del mezzo: piglio sicuro, traduzione convincente, dialoghi sciolti, tersa precisione, termini scientifici e neologismi quasi sempre a puntino. Se non fosse per il linguaggio un po' desueto (ho imparato due nuove parole: epidiascopiobalipedio! E poi buffè invece di buffet, di tempo in tempo al posto di di quando in quando e via dicendo) sarebbe una traduzione modernissima.

Mi sono imbattuto però in almeno una bruttura. A un certo punto, parlando della Luna, compare una frase che in originale è:

the ragged line of the Terminator enclosed a great oval of darkness

e che in traduzione è resa:

le linee raggiate del Terminatore racchiudevano un grande ovale di oscurità.

"Ragged" significa, in contesto, "frastagliato, sfilacciato" o qualcosa di simile, quindi indica la linea frastagliata di demarcazione tra luce e ombra resa "ruvida" dalle asperità del suolo. Non è certo una linea "raggiata". Il "great oval of darkness" mi pare sia la parte illuminata della Luna e "Terminator" ha la maiuscola anche in originale, quindi qui niente note, ma sono basito dalla scelta di tenere il termine inglese. Forse Silvestri l'ha scambiato per un nome proprio?

Abbiamo visto molti casi del genere nei primi diciotto numeri e qui non si fa eccezione: la terminologia tecnica, scientifica o pseudoscientifica, piena di neologismi oscuri che è tipica della fantascienza è una sfida per i traduttori nostrani dell'epoca. I quali, in effetti, non biasimo poi molto: non avevano le risorse che abbiamo oggi per tradurre efficacemente e la ricerca doveva essere un incubo, a caccia di materiali tecnici in giro per biblioteche.

Dato che ormai, a quanto pare, il mio cervello ha deciso che mi piace fare la comparazione della copertina di Caesar con quella originale, eccola qui. È firmata da un certo Bunch.

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Magari un giorno editerò tutte le recensioni per includere sempre il confronto, ma non è questo il giorno.
La copertina originale è carina e rappresenta bene la forma di Alfa, lo stadio del razzo diretto verso la Luna nel romanzo.
Quella di Kurt Caesar, per contro, è SPETTACOLARMENTE INCREDIBILE.
Guardatela.

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È magnifica.

Qui Alfa è di un realismo impressionante, costruita con un stile per allora futuristico ma che a noi ricorda i veri design dei veicoli spaziali degli anni '60 per quanto ci si avvicina: avantissimo. Se poi a questo aggiungiamo della vegetazione e alcuni canguri, per me è apoteosi. Un ossimoro di speciale bellezza. L'accuratezza tecnica insieme a una surrealtà che Dalì levati, anche al di là del pittorico! Perché, ovviamente, sulla Luna non ci sono canguri, ma in Australia sì, e il razzo parte dall'Australia. Ma in copertina il cielo è nero, come sulla Luna. E poi, se siamo sulla Terra, stiamo vedendo sia Alfa che Beta, prima della partenza, ma allora non dov'è la rampa di lancio di lancio descritta nel libro? Le ali su Beta?

Insomma, l'illustrazione testimonia quanto poco sapessero i copertinisti del tempo del libro per cui disegnavano, vizio che esiste anche oggi ma in maniera minore. È un disastro assoluto di pubblicità ingannevole ed elementi a caso e LA ADORO. È così stupida che mi fa morire! Le illustrazioni interne sono invece di un Carlo Jacono in splendida forma, quanto mi piace come disegna(va) quell'uomo.

Infine, gli errori di battitura sono così tanti che ho smesso di contarli presto o sarei ancora lì: dubito che questo romanzo sia mai passato per la correzione di bozze.

RECENSIONE (SPOILER!)

Niente sviluppo dei personaggi, vaffanculo le scene emotive e l'intreccio, DATEMI AVVENTURE SCIENTIFICHE PIENE DI TECNOLOGIE PLAUSIBILI E SPIEGATEMI LA FISICA.

Ce ne sono, eh, di quei momenti "normali", ma sono trattati superficialmente e all'acqua di rose giusto per dare al lettore qualcosa a cui agganciare un briciolo di emozione. Per il resto, i personaggi sono lì al servizio della storia. Il sentimento generale, che adoro, è che se la fisica lo consente possiamo fare ogni cosa, è ovvio che colonizzeremo lo spazio perché siamo esploratori per natura, il meglio di noi è lì fuori che ci aspetta, smuoviamo i fondi di intere nazioni per ottenere un futuro che sia degno dei nostri discendenti! Nel frattempo, per arrivarci, superiamo sfide tecniche, morali e di coraggio! Di compassione, ragionevolezza, razionalità e concretezza! Dimostriamo che l'umanità unita si merita di raggiungere le stelle in pace e prosperità!

Non la fanno più, fantascienza così! O quasi.

Il libro è ambientato in un futuro 1978 e segue tale Dirk (non Gently, Alexson), uno storico di professione. L'università lo manda dapprima alla British Interplanetary Society di Londra a seguire le preparazioni finali per il lancio della Prometheus, che porterà l'uomo sulla Luna. A un certo punto si sposterà in Australia, da dove partirà il razzo perché, nel caso, c'è abbastanza deserto su cui schiantarsi. Lo scopo di Dirk è produrre un resoconto "storico" il più accurato possibile, raccogliendo le testimonianze del personale coinvolto ed entrando nell'intimo del funzionamento dell'organizzazione, indagando dinamiche, procedure e motivazioni personali. Non credo che il lavoro di storico adotti simili metodologie, ma se mi sbaglio correggetemi e intanto sorvoliamo.

A parte esprimere tutta la mia invidia nei confronti di Dirk, che odio cordialmente, dirò che con questa gimmick Clarke ci conduce per mano attraverso le tortuosità politiche ed economiche necessarie per creare una missione interplanetaria: dalla raccolta di fondi alla sensibilizzazione del pubblico, dalla necessità di satelliti per le telecomunicazioni al supporto delle istituzioni, per poi passare al funzionamento dell'organizzazione, che in effetti fornisce un'idea ragionevolmente precisa di come funziona un'ente costituita al predetto scopo.

Qui l'intento di "propaganda" si sente molto. Tutti i personaggi mostrano chiarezza e unità d'intenti, tutti sono convinti che il futuro dell'uomo è nello spazio e niente li fermerà. Clarke si fa un punto d'onore di "progettare" una nave e un processo di lancio terribilmente realistici, anche se inusuali e probabilmente infattibili o sconvenienti anche con le tecnologie odierne. L'idea è affascinante: la Prometheus (chiamata anche Prometeo in altri punti del romanzo, a riprova che gli editor latitavano nella redazione di Urania) è composta di due elementi, Alfa e Beta. Alfa trasporta la gente fino alla Luna, Beta è un razzo, o meglio, un'ala volante a propulsione atomica che serve a portare Alfa in orbita e spingerla verso la Luna. È descritto come un ramjet che usa un reattore nucleare per surriscaldare l'aria e ottenere propulsione. Concluso il suo compito, rimane in orbita attorno alla Terra e, quando Alfa ritorna nell'orbita terrestre, l'equipaggio trasborda su Beta e torna a terra, mentre Alfa rimane in orbita per il volo successivo.

Tutto questo viene spiegato nelle prime venti pagine, quindi aspettatevi una lettura densa.

Il punto di vista di Dirk, che deve parlare con tutti e fare domande che anche il lettore magari si pone, serve a Clarke a dare un'idea degli scienziati, amministratori e ingegneri che lavorano con passione all'esplorazione dello spazio, presentandoli in una luce sfavillante di intelligenza, competenza, determinazione e coraggio. Notare che tutti, nel romanzo, hanno almeno una laurea, perché l'educazione è fondamentale per fare grandi cose. Ribadisco: so che è propaganda e che queste figure professionali hanno le stesse proabilità di essere invidiosi, meschini, stronzi e avidi quanto chiunque altro, ma è come un sorso d'acqua fresca nel deserto e me la bevo volentieri.

Il capitano è un giovanotto di ventotto anni che è "l'unico uomo al mondo" con cento ore di "caduta libera" alle spalle, che oggi suona un po' buffo, ma conviene ricordare che parliamo del 1947. Clarke ha perfettamente ragione quando dice che per fare l'astronauta bisogna essere individui particolari: piloti, astronomi, ingegneri e specialisti in elettronica tutti in uno, dovendo anche adattarsi a condizioni limite per il corpo umano come l'assenza di peso e la gravità da accelerazione.

Le spiegazioni dettagliate del funzionamento della Prometheus sono una delizia, i dettagli tecnici sono (quasi) sempre corretti, il funzionamento dei razzi atomici è grosso modo plausibile e rende un'idea di come potrebbero essere davvero. Seguendo le descrizioni di Clarke al lettore è possibile comprendere molto bene ogni parte della nave e i paragrafi dedicati alla pista di lancio di Beta, il ramjet nucleare, sono strepitosa fantaingegneria degli anni '50, tecnicamente molto plausibile. Su questa astronave atomica però ci sono tecnologie oggi ascrivibili a quello che tutti chiamano retrofuturismo, ma che io chiamo FIGATA GALATTICA. È un mondo in cui "ci sono tremila valvole nei soli circuiti dei calcolatori", per capirci. Di meglio non posso chiedere. Oh, attenti: non significa che non ci siano problemi e difetti con la fisica e l'ingegneria, qui e lì, ma niente che la sospensione dell'incredulità non possa accettare.

Avrete capito che non dovete aspettarvi un romanzo pieno di emozioni e colpi di scena, dove ci si affeziona ai protagonisti e si girano le pagine col cuore in gola. La mia recensione sta per finire perché non c'è molto altro di cui parlare. È un libro "arido" perché guarda oltre le meschine beghe umane allo scopo di ispirare nuove avventure di conoscenza a una specie unita e in pace.

Il punto è far vivere al lettore il sense of wonder che viene dalla contemplazione delle nostre capacità, dall'eccitante ingegnosità dell'esplorazione spaziale, dalla gioia di vedere la specie umana dare il meglio di sé, intellettualmente, moralmente e in modo scientificamente plausibile, di fronte alla sfida dell'ignoto. Ci fa credere che sia veramente possibile e instilla in noi il desiderio di conseguire nuovi e più alti traguardi, ispirandoci a fare di più e di meglio.

Ciliegina finale sulla torta: si cita più volte il pioniere della missilistica Hermann Julius Oberth, che fu tra i primissimi a scrivere delle sue applicazioni astronautiche. Clarke ci racconta anche di quando, nel 1923, pubblicò un libro intitolato Die Rakete zu den Planetenräumen in cui descrisse per primo uno specchio spaziale: una griglia di superfici riflettenti regolabili individualmente con un diametro tra i 100 e 300 chilometri (CHILOMETRI), in orbita intorno alla Terra per concentrare e dirigere la luce solare sulla superficie (o lontano da essa) e utile a vari scopi. Clarke presenta questi fatti, ovviamente, nella sua prosa asciutta e concreta, ma leggendoli su pagina si pensa a Oberth come un personaggio immaginario escogitato per il romanzo... e invece! Se fosse davvero inventato ci sarebbero fan irritati dall'implausibilità storica di qualcuno così avanti.

Non vi dico come si conclude il romanzo, tanto è scontato. Lascia con la bella sensazione che c'è qualcosa da salvare in queste scimmie glabre che si pensano il picco dell'evoluzione. Personalmente raccomando fortissimo.

Il volume finisce col solito romanzo a puntate di Nero Wolfe, la rubrica scientifica (deliziosa: si parla di deriva dei continenti – che era già una teoria discussa, ma non provata – almeno 10 anni prima che qualcuno inziasse a comprenderne il meccanismo, cioè la tettonica a placche) e quella enigmistica. 

MA COS'ÈÈÈÈÈÈÈ
MA COS'ÈÈÈÈÈÈÈ
Un altro Deodorin della Rumianca, ormai praticamente lo sponsor ufficiale di Urania! Un giorno mi dovrò mettere a contare chi ha comprato più quarte di copertina.
Un altro Deodorin della Rumianca, ormai praticamente lo sponsor ufficiale di Urania! Un giorno mi dovrò mettere a contare chi ha comprato più quarte di copertina.
Costina molto bella.
Costina molto bella.
Firma incomprensibile e data sul frontespizio, pubblicità per quel gran figo di Buzzati sulla seconda di copertina.
Firma incomprensibile e data sul frontespizio, pubblicità per quel gran figo di Buzzati sulla seconda di copertina.
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Dietro al frontespizio abbiamo una sinossi entusiasta di Monicelli.
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Si parte con una bella illustrazione del razzo!

Ficata assoluta.

Bizzarre teorie riguardo a cosa fare attenzione quando si lancia un razzo.

Più pionieri di così...
 
Mock-up londinese della cabina di comando di Alfa.

Ecco il famigerato "Terminator" ante litteram!

Il buon dirk assiste a un filmato didattico sul progetto e sul volo spaziale.

Uso scorretto di "affatto". Delle parole "affatto comprensibili" dovrebbero essere, a significato ortodosso, "pienamente comprensibili", mentre qui Silvestri attribuisce al termine il significato opposto. Non so se fosse una frase idiomatica caduta in disuso, ma a mia memoria non ne ho visti altre nella prosa del tempo.

Ottimo esempio del tono generale del romanze: lo Spazio ci aspetta e noi siamo i Prescelti!

Anche nel lontano futuro del 1978 la "stirpe" patrilineare è un valore.

Un EVA raccontato con spietatoottimo realismo, anche se le misure di sicurezza lasciano molto a desiderare.

Altro caso di traduzione zoppicante: l'estensione tre, dal contesto, è un'estensione interna del centralino della Società Britannica Interplanetaria, ma direi che Silvestri non aveva familiarità col concetto. Il telefono non era poi così diffuso nell'Italia del 1953: la prima cabina telefonica pubblica, in piazza San Babila a Milano, era stata impiantata solo l'anno prima.

SBAAAAVo per le descrizione tecniche.

Gli scienziati e tecnici nel romanzo sono del tutto disinterassati al profitto e agiscono solo per il bene dell'umanità intera. FUCK YEAH.

Le motivazioni degli scienziati, per Clarke, sono nobilissime.

Case in point.

A sinsitra il ramjet nucleare Beta, a destra il modulo di allunaggio Alfa.

Uno entra in un laboratorio e trova un collega sdraiato in terra che fissa un oscilloscopio su cui le linee si muovono in corrispondenza con la musica. Praticamente un visualizzatore come quelli dei software per leggere MP3 su PC. 

Mai saputo che si potesse sorridere da "tutti i denti".

Il piano dell'opera si arricchisce numero dopo numero e saranno tutte, o quasi, prime edizioni. Il prossimo sarà Paria dei cieli di Isaac Asimov.

Quel simpatico automa, guidato via cavo dal furgone, serve ai tecnici per fare manutenzione ai motori altamente radioattivi della Prometheus.

Metafantascienza! Il professor Maxton, il direttore della British Interplanetary Society, è uno scrittore di fantascienza... evidente self-insert di Clarke, secondo me ;)

Sto rileggendo quel romanzo proprio ora e diamine, Verne sarebbe sbalordito ed eccitato come un pupo a vedere di cosa siamo capaci oggi.

Anche nel romanzo ci sono i matti complottari antiscienza che cercano di sabotare la missione perché "SACRILEGIO!". Che palle che gente del genere sia ancora in giro.

A parte l'usuale, esilarante abitudine di tradurre "to swear" con "bestemmiare", è molto difficile trovare qualcuno che sappia farlo in tre lingue e quattro religioni! Chapeau!

Indovinate chi è.

Pubblicità per una robina da niente.

Prova evidente che i lettori del Giallo Mondadori e quelli di Urania in parte si sovrapponevano. Chissà se nei gialli dell'epoca c'era la pubblicità di Urania (do per scontato di sì) o romanzi SF a puntate (do per scontato di no).

Vedere quanto abbiamo ascoperto nel corso del tempo è emozionante.

Vedere Via col Vento descritto come "narrativa contemporanea" mi fa sentire il peso degli anni.

06 maggio 2026

Urania n. 18 - Anni senza fine di Clifford Donald Simak

 

CARATTERISTICHE EDITORIALI E FISICHE
Il volume si presenta benissimo! Elastico, coeso e maneggevole, ma le escoriazioni su copertina e quarta di copertina gli fanno perdere punti LEM. Ciononostante la costina è immacolata e le pagine interne ancora decentemente bianche, con lievi segni di brunitura solo ai margini superiori. Un 4? Lì intorno.
 
Il romanzo non ha bisogno di presentazioni ma lo scopo di questo blog è nerdare duro sulla fantascienza vintage quindi lo presento ugualmente e ve ne farete una ragione. Parliamo infatti di City del buon Clifford D. Simak, uscito per la prima volta sotto forma di otto storie brevi collegate tra loro pubblicate dal caro vecchio Campbell su Astounding Science Fiction tra il 1944 e il 1951. Per farne un libro, Simak ha scritto delle note che collegano tutti i racconti. La prima edizione hardcover è del 1952, appena un anno prima dell'uscita di questo numero di Urania, a continua testimonianza del fatto che Monicelli aveva il naso a terra come un segugio (battutona). 
 
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È ovviamente la prima edizione italiana, a cui seguì un'edizione del 1970 con traduzione di Ugo Malaguti. 
 
La copertina di Curt Caesar non c'entra una beneamata fava col romanzo e questo le fa perdere dieci punti contro quella originale, che è bella, coerente ed evocativa. Quel che si vede è eccellente come al solito perché Caesar rimane il maestro del realismo tecnologico, ma da nessuna parte c'è una scena con una passeggiata spaziale: per questo romanzo non deve aver ricevuto chissà che indicazioni. Puzza addirittura di immagine realizzata per qualcos'altro e usata in emergenza più che un'illustrazione esplicitamente concepita per il libro, ma la mia è una pura impressione sostenuta da nulla. Illustrazioni interne di un Belt non particolarmente ispirato che, comunque, fa il suo lavoro.
 
I titoli degli otto racconti sono come segue, ma qui manca il nono, Epilogo,  uscito nel 1973 e presente in tutte le edizioni successive - cosa che non so se l'autore stesso gradirebbe. L'editoriale di Urania Collezione n° 157 a firma di Gianfranco De Turris riporta che il racconto fu creato per omaggiare Campbell dopo la sua dipartita, ma che Simak si pentì di averlo scritto perché il libro era già ben compiuto. Io, francamente, sono d'accordo con lui.
  1.  La città agonizza
  2.  Jenkins, l'automa
  3.  Il cane Nathaniel 
  4.  La fuga su Giove 
  5.  Il dilemma di Tyler Webster
  6. La pagoda
  7.  (Senza titolo)
  8.  (Senza titolo)
Il traduttore a questo giro è Tom Arno, cioè il sopracitato curatore di Urania Giorgio Monicelli, e devo dire che ha fatto un gran bel lavoro! Ci sono degli inciampi (come "era stato necessario medicare l'acciaio" che, chiaramente, fraintende "doctored" o usa "medicato" in modo molto inusuale e goffo) ma in generale la qualità è più che buona e la lettura scorre veloce.
La prosa risulta poetica ma vivace, suona vintage invece che vecchia ed è priva sia di fantaneologismi implausibili, pur del tutto giustificabili agli esordi della fantascienza in Italia, che di arcaismi caratterizzanti altre traduzioni affidate a gente con un gusto più classico o scarsa dimestichezza col genere. Fanno eccezione alcuni modi di dire e uno "iugeri" che secondo me traduce un più banale "fields", nonché un "murmure lene" (mormorio lieve) che dovrebbe essere una (inconsapevole?) citazione di Pascoli, dal poemetto Sorella a Maria. Probabilmente al tempo era conoscenza molto più comune di quanto non sia oggi e non suonava altrettanto fuori luogo. Concludo segnalando il delizioso "non è cosa da prendersi a gabbo" di pagina 117 (foto sotto), modo di dire in cui non mi ero mai imbattutto e mi piace un sacco. "Gabbo" significa "burla" o "beffa", quindi significa grosso modo "non è cosa da prendere alla leggera".

Per i curiosi il titolo del romanzo viene da una frase nel secondo racconto, Jenkins, l'automa, e si trova a pagina 26, per poi essere ripetuta con leggere variazioni a pagina 110 e 135. Anche in questo caso, foto sotto.
 
Ci sono, ahimé come spesso accade, parecchi errori di battitura: ho smesso di contarli intorno ai 10.

RECENSIONE (SPOILER!)
All'inizio ho pensato di offrire un breve sommario di ogni racconto, ma perché spoilerare fino a quel punto? Basti dire che il libro si presenta come un'edizione integrale e definitiva di certe antichissime leggende orali, con tanto di apparato critico e citazioni accademiche, solo che è stato scritto dai cani.
No, non da cani. Dai cani.
L'umanità si è estinta e gli unici sofonti rimasti sul pianeta sono i cani. Che ovviamente parlano, leggono, scrivono e in generale fanno molto di quel che facciamo anche noi, tranne la guerra e gli omicidi. Che, voglio dire, niente male.
Noi, in questo mondo, non siamo una verità storica ma un mito tramandato con racconti intorno al fuoco che trova forma scritta in questo pseudobiblium.
Le storie presentate seguono le vicende della famiglia Webster attraverso i secoli, perché ha un ruolo importante nel crollo della civiltà umana e nel sorgere di quella canina. Attraverso i diversi episodi, ci si fa un'idea del perché siano sparite le città, di quale sia stato il fondamentale ruolo degli automi nella storia delle due specie, di quando e come abbiamo iniziato a viaggiare tra i pianeti e poi tra le stelle, di come sia andata la colonizzazione di Giove, del modo in cui i cani abbiano imparato a parlare e del motivo per cui la filosofia (marziana) possa cambiare il destino delle specie intelligenti.
Non so voi ma per me questo è ORO PURO.
Sì, le spiegazioni "sociologiche" dei complessi processi che hanno portato al nostro tramonto sono un po' semplicistiche, ma convincenti: Simak fa un ottimo lavoro e glielo si condona facilmente. Gli argomenti che presenta per motivare i cambiamenti societari parlano alle nostre emozioni e, su quel piano, sono efficaci: risultano plausibili abbastanza. Erano, peraltro, decisamente altri tempi, in cui la sociologia era un campo vergine dove pascolavano ipotesi folli e tutto sembrava possibile. In definitiva, non è un gran colpo alla sospensione dell'incredulità, che è facile da mantenere.

Il punto di vista canino sul mondo è peculiare. Da un lato, soffrono di un curioso sciovinismo riguardo alla loro specie (che chiamano "razza", come era normale al tempo per riferirsi allo stesso concetto) e usano termini come "carattere" e "struttura morale" di detta  razza, che ricordano molto un certo tipo di retorica razzista. Prendono inoltre loro stessi a metro di paragone per giudicare lo status delle altre razze, considerandosi il picco dell'evoluzione morale dei viventi. D'altro canto, sono abbastanza giustificati: prosperi e pacifici, per loro guerra, violenze e omicidi sono inconcepibili. In generale colti e fini pensatori, in armonia con tutte le creature, diciamo che un po' di diritto di critica ce l'hanno. L'autore canino dell'apparato accademico (e, quindi, Simak) non perde occasione per metterci di fronte a uno specchio, evidenziando i difetti e le stupidità della razza umana così come emergono dalle otto "leggende". 
Attraverso questa device letteraria l'autore, come si  dice a Roma, nun se tiene 'n cecio 'n bocca (cioè non è per nulla reticente a parlare in modo schietto). È molto, molto critico sulla nostra capacità di comunicare sinceramente e provare empatia l'uno per l'altro, ad esempio. Ci dipinge come una specie gretta, materialistica, all'inseguimento del progresso solo in nome del potere e del dominio sulla materia, filosoficamente svantaggiata e, appunto, di scarsa "struttura morale". Figuriamoci che l'umanità "ha avuto bisogno di un milione di anni per liberarsi del vizio d'uccidere e ne parla come un trionfo!".
 
La scienza è trattata con disinvoltura ma anche abbastanza rispetto: un po' stiracchiata, ma ragionevolmente spiegata e non dico altro o spoilero male. All'inizio il lettore si fa domande sulla strana evoluzione dei cani, ma poi tutto diviene chiaro. In generale non c'è nulla di selvaggiamente folle, ma non è un romanzo che bada troppo all'accuratezza scientifica e va bene così. È più la storia di un futuro immaginato in cui si delineano i motivi fondamentali, morali e filosofici, che Simak pensa porteranno all'estinzione della razza umana.
 
In tutto ciò però mi ha colpito molto la descrizione di Giove, di cui a un certo punto del racconto gli esseri umani stanno cercando di colonizzare la superficie. Perché sì, in Anni senza fine Giove ha una superficie spazzata da costanti, furiosissimi uragani di metano che fanno piovere  ammoniaca – e c'è persino una fauna autoctona che, senza spoilerare troppo, sarà molto importante nel determinare il destino della nostra specie! 
Nel 1952 il consenso generale della comunità scientifica era già che Giove fosse un gigante gassoso (en passant, termine coniato proprio quell'anno dallo scrittore di fantascienza James Blish), cioè un pianeta composto prevalentemente di gas a strati sempre più densi, compresso al punto che in fondo al pozzo gravitazionale la materia si comporta in modo bizzarro. Già negli anni '20 del '900 un fisico aveva proposto un modello simile. Citando chi ne sa più di me:
"Modern studies of the composition of Jupiter's atmosphere date back to the mid-nineteenth century, when the near- infrared spectrum of the planet was viewed by Rutherfurd (1863) using diffraction gratings of his own manufacture. He discovered features that remained unidentified until 1932, when Wildt showed that the unknown spectral lines were due to ammonia and methane. In later years, building on the original insight of Jeffreys (1923, 1924), Wildt and others went on to note that the low density of Jupiter and the presence of these hydrogen-rich compounds in the atmosphere were consistent with a bulk composition similar to that of the Sun, that is, primarily hydrogen."

– Taylor et al., The Composition of the Atmosphere of Jupiter
Insomma, su questo Simak non era un granché preparato, oppure ha scelto di ignorare la scienza per raccontare la storia.
 
Chiudono il volume:
  • la prima puntata di Entra la morte, altro romanzo di Rex Stout che non recensirò perché belli i gialli ma non intendo mischiare;
  • le Curiosità Scientifiche, in cui Monicelli riassume e racconta i contenuti di The Exploration Of Space di Arthur C. Clarke con buon piglio e sufficiente chiarezza. Anche se si lascia andare a considerazioni personali un po' bislacche, il tono è entusiastico quando parla di viaggi interstellari e colonie spaziali e la scienza è, per quel che ho potuto constatare, corretta per il 1952. Sì, ho controllato alcuni passaggi col testo originale. Sì, lo so, sono matto. Nota curiosa! A un certo punto Monicelli propone due sinonimi di fantascienza (o fanta-scienza, come aveva scritto nell'editoriale del primo numero) che mi hanno fatto sorridere. Non li scrivo, dovete leggerli coi vostri occhi :D
  • L'angolo enigmistico di cui non ho, come al solito, molto da dire. È enigmistica.
In conclusione!
Il romanzo rimane costante su note altissime lungo tutto il corso della lettura, giungendo a un culmine che contiene creature mutanti, una marea di formiche e un multiverso di possibilità, nonché le spiegazioni di quelle poche cose rimaste in sospeso; ad esempio lo specifico motivo per cui l'uomo è ritenuto un'invenzione letteraria dell'oscuro passato canino anziché una realtà dei fatti.
Il finale, poi, è col botto. Moralmente complesso, incredibilmente fantascientifico, prende una direzione del tutto inaspettata senza per questo essere fuori luogo. Simak sa venderla benerrimo e il romanzo è in generale una delle cose migliori che ho letto nel corso di questa avventura agli albori della fantascienza in Italia. 
Appassionante, immaginifico e godibilissimo!

La copertina "boh".

Ancora pubblicità del Deodorin di Rumianca.

Costina in forma.

Mai perdere l'occasione di spacciare i gialli!

Frontespizio con firma illeggibile e data, Giugno 1953.

Scheda dell'opera
 
Inizio al fulmicotone.

La musica "esala" dalla radio e una voce lo chiamò "di sul davanti": il lessico è un po' demodé ma suadente e comprensibile anche oggi.


Non so perché ma mi sembrano così buffi. Sì, anche se portano una bara.

L'incontro tra Nathaniel, il primo cane parlante, e un impiegato statale.

Due chiacchiere serali col cane.

Le formiche sono importanti, ma non vi dico come.

Ecco il titolo! L'ho visto! Ci vuole quel meme con Leonardo di Caprio che riconosce una cosa in TV.

Superficie di Giove con cupola. Va' che tempeste!
Una bella descrizione delle sfide offerte dalla colonizzazione della superficie di un pianeta che non ne ha :D
"È permesso?"
Chiacchiere con l'automa. Di umani che parlano tra loro ce ne sono pochini.
Un esempio dell'apparato accademico dello pseudobiblium canino. Contiene un esempio di "congenita stabilità spirituale" della "razza", che se non ce l'ha non è civile.
Quella è una citazione di Pascoli o mi mangio il cappello.
Ma cos'ha addosso?
La didascalia di quell'illustrazione è uno spoiler ulteriore, ma che posso farci?
L'automa si chiama Jenkins.

Ci credo che ci siamo estinti: vestivamo malissimo.

L'ha ridetto!

 

Questa illustrazione mi piace particolarmente.

Questa molto meno: scopiazza Escher e non rappresenta bene la scena a cui si riferisce.

Ho detto che gli automi hanno le astronavi e parlano coi cani? Perché è una delle cose che succedono.

Han Solo nella carbonite era più stiloso.

Siamo a metà del 1953 e Urania Rivista stava già per chiudere, a questo punto. Cesserà le pubblicazioni con il numero 14 nel Dicembre di quello stesso anno.

In appendice troviamo un altro giallo di Rex Stout che non recensirò perché non è fantascienza.


Stavolta si parla dell'autore del primo numero di Urania, Le Sabbie di Marte.

Va' che bel giovinotto, il Clarke!


Classica e immortale rubrica enigmistica.


I titoli successivi sono in ordine un po' sparso. Il 19 sarà Preludio allo spazio, il 20 Paria dei cieli.

Saggio sulla Ministra degli Esteri Rumena dal 1947 al 1952. Al tempo scottante attualità.