Il volume si presenta elastico e coeso, dai margini netti, senza pieghe e con una costina invidiabile, leggibilissimo. Come è stato spesso il caso finora, sembra più giovane dei suoi oltre 70 anni. Purtroppo i margini delle pagine interne sono particolarmente bruniti e il bianco della copertina pure, quindi boh, LEM 4.5 a dir tanto.
Preludio allo spazio è ovviamente la primissima edizione italiana di Prelude to space, come tutti i precedenti, ed è uscito da noi il 10 Luglio 1953. Clarke lo scrisse nel 1947 ma lo pubblicò solo nel 1951 – nove anni prima che venisse annunciato il Programma Apollo – in paperback per i tipi di World Editions Inc., come terzo numero della collana "Galaxy novels" (se siete curiosi degli altri titoli della serie eccoli qui, c'è roba notevole).
Per ammissione dello stesso Clarke, il romanzo fu scritto con un forte intento "propagandistico". Nel 1947 gli USA mandarono i primi esseri viventi nello spazio (solo tecnicamente, cioè a oltre 100km dalla superficie: moscerini della frutta in un razzo V2 sub-orbitale) e Clarke era evidentemente appassionato della ricerca in questo campo. Il libro è intriso d'entusiasmo per il futuro dell'umanità nello spazio... anzi, dell'uomo: nell'intero libro non c'è nemmeno una donna. A mia memoria Clarke è un po' tutto così: se c'è una donna, è irrilevante. Nella SF di questo periodo si trovano spesso cose del genere e bisogna, ahimé, fargli la tara per godersi il resto. Provate a rileggere Verne o Wells da adulti e ci vedrete razzismo colonialista e misoginia da lasciare basiti – o compiaciuti, se siete razzisti e misogini, ma spero di no. Il che ovviamente non significa che non possiamo prendere il bello che c'è dentro questi lavori, ma meglio rendersene conto!
Tornando a bomba: traduzione di A.S., che sta per Armando Silvestri, giornalista, direttore di varie riviste di aeronautica e scrittore di fantascienza di cui trovate qui la bibliografia. È bravo. Ma bravobravobravo. Rende benissimo la prosa asciutta di Clarke, che adoro e con cui ho buona familiarità anche in lingua originale. Si vede che Silvestri ha competenza del mezzo: piglio sicuro, traduzione convincente, dialoghi sciolti, tersa precisione, termini scientifici e neologismi quasi sempre a puntino. Se non fosse per il linguaggio un po' desueto (ho imparato due nuove parole: epidiascopio e balipedio! E poi buffè invece di buffet, di tempo in tempo al posto di di quando in quando e via dicendo) sarebbe una traduzione modernissima.
Mi sono imbattuto però in almeno una bruttura. A un certo punto, parlando della Luna, compare una frase che in originale è:
the ragged line of the Terminator enclosed a great oval of darkness
e che in traduzione è resa:
le linee raggiate del Terminatore racchiudevano un grande ovale di oscurità.
"Ragged" significa, in contesto, "frastagliato, sfilacciato" o qualcosa di simile, quindi indica la linea frastagliata di demarcazione tra luce e ombra resa "ruvida" dalle asperità del suolo. Non è certo una linea "raggiata". Il "great oval of darkness" mi pare sia la parte illuminata della Luna e "Terminator" ha la maiuscola anche in originale, quindi qui niente note, ma sono basito dalla scelta di tenere il termine inglese. Forse Silvestri l'ha scambiato per un nome proprio?
Abbiamo visto molti casi del genere nei primi diciotto numeri e qui non si fa eccezione: la terminologia tecnica, scientifica o pseudoscientifica, piena di neologismi oscuri che è tipica della fantascienza è una sfida per i traduttori nostrani dell'epoca. I quali, in effetti, non biasimo poi molto: non avevano le risorse che abbiamo oggi per tradurre efficacemente e la ricerca doveva essere un incubo, a caccia di materiali tecnici in giro per biblioteche.
Dato che ormai, a quanto pare, il mio cervello ha deciso che mi piace fare la comparazione della copertina di Caesar con quella originale, eccola qui. È firmata da un certo Bunch.
Magari un giorno editerò tutte le recensioni per includere sempre il confronto, ma non è questo il giorno.
La copertina originale è carina e rappresenta bene la forma di Alfa, lo stadio del razzo diretto verso la Luna nel romanzo.
Quella di Kurt Caesar, per contro, è SPETTACOLARMENTE INCREDIBILE.
Guardatela.
È magnifica.
Qui Alfa è di un realismo impressionante, costruita con un stile per allora futuristico ma che a noi ricorda i veri design dei veicoli spaziali degli anni '60 per quanto ci si avvicina: avantissimo. Se poi a questo aggiungiamo della vegetazione e alcuni canguri, per me è apoteosi. Un ossimoro di speciale bellezza. L'accuratezza tecnica insieme a una surrealtà che Dalì levati, anche al di là del pittorico! Perché, ovviamente, sulla Luna non ci sono canguri, ma in Australia sì, e il razzo parte dall'Australia. Ma in copertina il cielo è nero, come sulla Luna. E poi, se siamo sulla Terra, stiamo vedendo sia Alfa che Beta, prima della partenza, ma allora non dov'è la rampa di lancio di lancio descritta nel libro? Le ali su Beta?
Insomma, l'illustrazione testimonia quanto poco sapessero i copertinisti del tempo del libro per cui disegnavano, vizio che esiste anche oggi ma in maniera minore. È un disastro assoluto di pubblicità ingannevole ed elementi a caso e LA ADORO. È così stupida che mi fa morire! Le illustrazioni interne sono invece di un Carlo Jacono in splendida forma, quanto mi piace come disegna(va) quell'uomo.
Infine, gli errori di battitura sono così tanti che ho smesso di contarli presto o sarei ancora lì: dubito che questo romanzo sia mai passato per la correzione di bozze.
RECENSIONE (SPOILER!)
Niente sviluppo dei personaggi, vaffanculo le scene emotive e l'intreccio, DATEMI AVVENTURE SCIENTIFICHE PIENE DI TECNOLOGIE PLAUSIBILI E SPIEGATEMI LA FISICA.
Ce ne sono, eh, di quei momenti "normali", ma sono trattati superficialmente e all'acqua di rose giusto per dare al lettore qualcosa a cui agganciare un briciolo di emozione. Per il resto, i personaggi sono lì al servizio della storia. Il sentimento generale, che adoro, è che se la fisica lo consente possiamo fare ogni cosa, è ovvio che colonizzeremo lo spazio perché siamo esploratori per natura, il meglio di noi è lì fuori che ci aspetta, smuoviamo i fondi di intere nazioni per ottenere un futuro che sia degno dei nostri discendenti! Nel frattempo, per arrivarci, superiamo sfide tecniche, morali e di coraggio! Di compassione, ragionevolezza, razionalità e concretezza! Dimostriamo che l'umanità unita si merita di raggiungere le stelle in pace e prosperità!
Non la fanno più, fantascienza così! O quasi.
Il libro è ambientato in un futuro 1978 e segue tale Dirk (non Gently, Alexson), uno storico di professione. L'università lo manda dapprima alla British Interplanetary Society di Londra a seguire le preparazioni finali per il lancio della Prometheus, che porterà l'uomo sulla Luna. A un certo punto si sposterà in Australia, da dove partirà il razzo perché, nel caso, c'è abbastanza deserto su cui schiantarsi. Lo scopo di Dirk è produrre un resoconto "storico" il più accurato possibile, raccogliendo le testimonianze del personale coinvolto ed entrando nell'intimo del funzionamento dell'organizzazione, indagando dinamiche, procedure e motivazioni personali. Non credo che il lavoro di storico adotti simili metodologie, ma se mi sbaglio correggetemi e intanto sorvoliamo.
A parte esprimere tutta la mia invidia nei confronti di Dirk, che odio cordialmente, dirò che con questa gimmick Clarke ci conduce per mano attraverso le tortuosità politiche ed economiche necessarie per creare una missione interplanetaria: dalla raccolta di fondi alla sensibilizzazione del pubblico, dalla necessità di satelliti per le telecomunicazioni al supporto delle istituzioni, per poi passare al funzionamento dell'organizzazione, che in effetti fornisce un'idea ragionevolmente precisa di come funziona un'ente costituita al predetto scopo.
Qui l'intento di "propaganda" si sente molto. Tutti i personaggi mostrano chiarezza e unità d'intenti, tutti sono convinti che il futuro dell'uomo è nello spazio e niente li fermerà. Clarke si fa un punto d'onore di "progettare" una nave e un processo di lancio terribilmente realistici, anche se inusuali e probabilmente infattibili o sconvenienti anche con le tecnologie odierne. L'idea è affascinante: la Prometheus (chiamata anche Prometeo in altri punti del romanzo, a riprova che gli editor latitavano nella redazione di Urania) è composta di due elementi, Alfa e Beta. Alfa trasporta la gente fino alla Luna, Beta è un razzo, o meglio, un'ala volante a propulsione atomica che serve a portare Alfa in orbita e spingerla verso la Luna. È descritto come un ramjet che usa un reattore nucleare per surriscaldare l'aria e ottenere propulsione. Concluso il suo compito, rimane in orbita attorno alla Terra e, quando Alfa ritorna nell'orbita terrestre, l'equipaggio trasborda su Beta e torna a terra, mentre Alfa rimane in orbita per il volo successivo.
Tutto questo viene spiegato nelle prime venti pagine, quindi aspettatevi una lettura densa.
Il punto di vista di Dirk, che deve parlare con tutti e fare domande che anche il lettore magari si pone, serve a Clarke a dare un'idea degli scienziati, amministratori e ingegneri che lavorano con passione all'esplorazione dello spazio, presentandoli in una luce sfavillante di intelligenza, competenza, determinazione e coraggio. Notare che tutti, nel romanzo, hanno almeno una laurea, perché l'educazione è fondamentale per fare grandi cose. Ribadisco: so che è propaganda e che queste figure professionali hanno le stesse proabilità di essere invidiosi, meschini, stronzi e avidi quanto chiunque altro, ma è come un sorso d'acqua fresca nel deserto e me la bevo volentieri.
Il capitano è un giovanotto di ventotto anni che è "l'unico uomo al mondo" con cento ore di "caduta libera" alle spalle, che oggi suona un po' buffo, ma conviene ricordare che parliamo del 1947. Clarke ha perfettamente ragione quando dice che per fare l'astronauta bisogna essere individui particolari: piloti, astronomi, ingegneri e specialisti in elettronica tutti in uno, dovendo anche adattarsi a condizioni limite per il corpo umano come l'assenza di peso e la gravità da accelerazione.
Le spiegazioni dettagliate del funzionamento della Prometheus sono una delizia, i dettagli tecnici sono (quasi) sempre corretti, il funzionamento dei razzi atomici è grosso modo plausibile e rende un'idea di come potrebbero essere davvero. Seguendo le descrizioni di Clarke al lettore è possibile comprendere molto bene ogni parte della nave e i paragrafi dedicati alla pista di lancio di Beta, il ramjet nucleare, sono strepitosa fantaingegneria degli anni '50, tecnicamente molto plausibile. Su questa astronave atomica però ci sono tecnologie oggi ascrivibili a quello che tutti chiamano retrofuturismo, ma che io chiamo FIGATA GALATTICA. È un mondo in cui "ci sono tremila valvole nei soli circuiti dei calcolatori", per capirci. Di meglio non posso chiedere. Oh, attenti: non significa che non ci siano problemi e difetti con la fisica e l'ingegneria, qui e lì, ma niente che la sospensione dell'incredulità non possa accettare.
Avrete capito che non dovete aspettarvi un romanzo pieno di emozioni e colpi di scena, dove ci si affeziona ai protagonisti e si girano le pagine col cuore in gola. La mia recensione sta per finire perché non c'è molto altro di cui parlare. È un libro "arido" perché guarda oltre le meschine beghe umane allo scopo di ispirare nuove avventure di conoscenza a una specie unita e in pace.
Il punto è far vivere al lettore il sense of wonder che viene dalla contemplazione delle nostre capacità, dall'eccitante ingegnosità dell'esplorazione spaziale, dalla gioia di vedere la specie umana dare il meglio di sé, intellettualmente, moralmente e in modo scientificamente plausibile, di fronte alla sfida dell'ignoto. Ci fa credere che sia veramente possibile e instilla in noi il desiderio di conseguire nuovi e più alti traguardi, ispirandoci a fare di più e di meglio.
Ciliegina finale sulla torta: si cita più volte il pioniere della missilistica Hermann Julius Oberth, che fu tra i primissimi a scrivere delle sue applicazioni astronautiche. Clarke ci racconta anche di quando, nel 1923, pubblicò un libro intitolato Die Rakete zu den Planetenräumen in cui descrisse per primo uno specchio spaziale: una griglia di superfici riflettenti regolabili individualmente con un diametro tra i 100 e 300 chilometri (CHILOMETRI), in orbita intorno alla Terra per concentrare e dirigere la luce solare sulla superficie (o lontano da essa) e utile a vari scopi. Clarke presenta questi fatti, ovviamente, nella sua prosa asciutta e concreta, ma leggendoli su pagina si pensa a Oberth come un personaggio immaginario escogitato per il romanzo... e invece! Se fosse davvero inventato ci sarebbero fan irritati dall'implausibilità storica di qualcuno così avanti.
Non vi dico come si conclude il romanzo, tanto è scontato. Lascia con la bella sensazione che c'è qualcosa da salvare in queste scimmie glabre che si pensano il picco dell'evoluzione. Personalmente raccomando fortissimo.
Il volume finisce col solito romanzo a puntate di Nero Wolfe, la rubrica scientifica (deliziosa: si parla di deriva dei continenti – che era già una teoria discussa, ma non provata – almeno 10 anni prima che qualcuno inziasse a comprenderne il meccanismo, cioè la tettonica a placche) e quella enigmistica.
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| Dietro al frontespizio abbiamo una sinossi entusiasta di Monicelli. |
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| Si parte con una bella illustrazione del razzo! |
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| Ficata assoluta. |
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| Bizzarre teorie riguardo a cosa fare attenzione quando si lancia un razzo. |
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| Più pionieri di così... |
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| Mock-up londinese della cabina di comando di Alfa. |
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| Ecco il famigerato "Terminator" ante litteram! |
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| Il buon dirk assiste a un filmato didattico sul progetto e sul volo spaziale. |
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| Ottimo esempio del tono generale del romanze: lo Spazio ci aspetta e noi siamo i Prescelti! |
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| Anche nel lontano futuro del 1978 la "stirpe" patrilineare è un valore. |
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| Un EVA raccontato con spietatoottimo realismo, anche se le misure di sicurezza lasciano molto a desiderare. |
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| SBAAAAVo per le descrizione tecniche. |
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| Gli scienziati e tecnici nel romanzo sono del tutto disinterassati al profitto e agiscono solo per il bene dell'umanità intera. FUCK YEAH. |
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| Le motivazioni degli scienziati, per Clarke, sono nobilissime. |
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| Case in point. |
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| A sinsitra il ramjet nucleare Beta, a destra il modulo di allunaggio Alfa. |
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| Mai saputo che si potesse sorridere da "tutti i denti". |
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| Il piano dell'opera si arricchisce numero dopo numero e saranno tutte, o quasi, prime edizioni. Il prossimo sarà Paria dei cieli di Isaac Asimov. |
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| Quel simpatico automa, guidato via cavo dal furgone, serve ai tecnici per fare manutenzione ai motori altamente radioattivi della Prometheus. |
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| Metafantascienza! Il professor Maxton, il direttore della British Interplanetary Society, è uno scrittore di fantascienza... evidente self-insert di Clarke, secondo me ;) |
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| Sto rileggendo quel romanzo proprio ora e diamine, Verne sarebbe sbalordito ed eccitato come un pupo a vedere di cosa siamo capaci oggi. |
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| Anche nel romanzo ci sono i matti complottari antiscienza che cercano di sabotare la missione perché "SACRILEGIO!". Che palle che gente del genere sia ancora in giro. |
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| A parte l'usuale, esilarante abitudine di tradurre "to swear" con "bestemmiare", è molto difficile trovare qualcuno che sappia farlo in tre lingue e quattro religioni! Chapeau! |
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| Indovinate chi è. |
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| Pubblicità per una robina da niente. |
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| Vedere quanto abbiamo ascoperto nel corso del tempo è emozionante. |
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| Vedere Via col Vento descritto come "narrativa contemporanea" mi fa sentire il peso degli anni. |




































































