17 settembre 2026

Urania n. 20 - Paria dei cieli di Isaac Asimov

CARATTERISTICHE EDITORIALI E FISICHE

Purtroppo il volume si presenta molto sporco, con una fastidiosa macchiettatura che, ahimé, si estende anche agli spigoli aperti. Presenta una lieve piegatura da lettura in copertina che corre per metà costina con uno strappetto vicino a un angolo. Le pagine interne sono solo leggermente brunite dal tempo. Per il resto è solido, elastico eccetera eccetera come tutti i numeri finora recensiti che siano appartenuti al misterioso firmatario dei frontespizi. Sono assolutamente sorpreso dalla robustezza di questi primi 20 fascicoli, sono in migliori condizioni strutturali di quelli che compravo in edicola negli anni '80. Questo è un LEM 3.5 a dire tanto, ma dopo due anni a cercare una versione migliore ho rinunciato: tanto lo devo leggere, non mi serve che sia bellissimo! (scusate, veri collezionisti).

Del romanzo dovrebbe superfluo dire qualcosa, dato che è un filino famoso, ma lo dico lo stesso perché magari non tutti i miei cari lettori sono edotti a riguardo.
 
Pebble in the Sky fu scritto per (e su richiesta di) Startling Stories nell'estate del 1947. Era intitolato, in origine, Grow Old with Me (Invecchia/te con me). Si tratta di una citazione della poesia Rabbi ben Ezra di Robert Browning, che inizia con le parole
Grow old along with me!
The best is yet to be... 
Verso che sarà poi incluso anche nel romanzo definitivo.  
Il curatore di Startling però rifiutò le 40.000 parole di Asimov perché poco avventurose. Nel 1949 le rifiutò pure John W. Campbell ma, nello stesso anno, Doubleday accettò la storia su suggerimento di Frederik Pohl, purché Asimov la espandesse a 70.000 parole e cambiasse il titolo per suonare più fantascientifico. Esce come romanzo a Gennaio del 1950 ed è il primo di Asimov in assoluto.
 
Copertina veramente "meh". Razzo di Caesar, sempre bellerrimo per plausibilità tecnologica, ma smontano tutto le montagne così, senza apparente motivo (il motivo c'è, ma si deve aver letto il romanzo per sapere che si tratta dell'Himalaya e quello è probabilmente l'Everest), e un hotel degli anni '70 che è senz'altro avveniristico nel 1953 ma del tutto non spettacolare. Non che il romanzo sia pieno d'azione, intrigo ed eccitazione, ma diamine. Bei colori però! E alla fine, è in tema col romanzo, cosa decisamente non scontata quando agli illustratori viene descritto un libro in due frasi.

Vi metto quella della prima edizione originale per confronto, che mi pare molto più appropriata ed evocativa. 

 PEBBLE IN THE SKY. de Asimov, Isaac | Bookfever, IOBA (Volk & Iiams)

Torna all'impresa traduttiva quel Sem Schlumper che ha già lavorato al numero 10, Anno 2650 di Alfred Elton van Vogt. Finora è stato un uomo del mistero, come l'illustratore BELT, ma dall'ultima volta ho fatto ulteriori ricerche e ho scovato una pista MOOOOOOLTO interessante.

Perdonatemi la piccola digressione: ci ho sprecato del tempo e ora vi infliggo i miei risultati. 

Nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, n. 293 del 19 dicembre 1939 l'allora Ministero delle Corporazioni pubblica un "Elenco delle aziende industriali e commerciali appartenenti a cittadini italiani di razza ebraica della provincia di Milano" (perché, giova ricordarlo, il fascismo è una merda) e alla voce 183 si legge:


Questo vuol dire che nel 1939 esisteva a Milano un cittadino con quel nome, titolare di una ditta individuale di commercio all'ingrosso di pelli, figlio del defunto Massimo Schlumper. Se ho ragione e lo identifico correttamente, il nome del nostro non sarebbe straniero come si è portati a credere. Non ho però elementi per dire se si tratta proprio della stessa persona.

A parte questo, la sua impronta personale è diafana: niente date o avvenimenti che lo riguardino, niente necrologio, niente articoli di giornale, interviste, un cazzo. Ma quella professionale è ENORME. Una ricerca OPAC restituisce un traduttore prolifico, 177 volumi tra cui moltissimi gialli per Longanesi e Mondadori.

Di recente, per cercare di capire chi diavolo fosse, ho scoperto che è elencato tra i lettori editoriali di Mondadori (ergo coloro a cui la casa editrice chiedeva pareri sui romanzi da pubblicare) almeno fin dal 1956 (per il romanzo The Man with Only One Head di Lewis Arnold) nonché citato proprio in quel ruolo in questo saggio della Fondazione Mondadori su Tedeschi, a cui tanto deve il poliziesco in Italia, e in questa tesi di laurea su Roberta Rambelli.

Come traduttore lo si trova invece nel bollettino editoriale fin dal 1952 e, dato quanto era bravo, non stupisce che poi sia passato a occuparsi anche dei Gialli Mondadori, collana già longeva e di successo.

 

L'immagine che ho in testa è quella di un giovane italiano ebreo che si è probabilmente visto espropriare l'azienda dai fascisti e ha dovuto fuggire all'estero per poi tornare dopo la guerra e reinventarsi traduttore. C'è anche una "vedova Schlumper" nel registro delle confische dei beni ebraici da parte dei fascisti nel 1944, ma non riesco a trovare collegamenti certi con Sem anche se, chissà, potrebbe essere la madre rimasta in Italia.

Sappiate comunque che il vostro buon Phat ha fatto richiesta di accesso ai pareri editoriali del tempo presso la Fondazione Mondadori e vedremo come risponderanno. Magari c'è qualche annotazione... e io sono un curioso testardo.

Torniamo alla traduzione! 

La gente è "queta" e "tetragona", gli aerei a reazione sono "reattori" (metonimia portami via), esistono concezioni "galassiche" (una grafia molto insolita di "galattiche" che si incontra di quando in quando in astronomia), è un guaio se "altri lo scopre", si può "vellicare" qualcuno con una piuma, si condividono convinzioni "da lunga pezza" e mille altri termini e fraseologie tanto desueti quanto incantevoli! 

C'è qualche perdonabile ingenuità, legata a tutti quei pazzi neologismi di cui è piena la fantascienza: in un'epoca in cui è tutto nuovo, i traduttori possono smarrirsi persino su cose minime. Nel libro si parla infatti di una "teoria del Merger" che, tradotta così, suggerisce "teoria elaborata da qualcuno di nome Merger"  ma in realtà è "merger theory" (teoria dell'assorbimento o fusione). L'equivoco mi pare chiaro in quanto Schlumper, poche righe sotto, traduce una frase che probabilmente era "the merger (theory) considers possible" con "il Merger ritiene possibile", come se si riferisse all'autore della teoria.

Concludo segnalando le due bellissime cartoline pubblicitarie di cui vedete le foto qui sotto. Quella gialla era allegata a questo numero, quella bianca non ho la più vaga idea: ricordo che è caduta mentre riorganizzavo la libreria e non so più da che numero sia uscita, quindi le ho messe insieme e insieme ve le beccate. Filologicamente un po' rosico, ma oh, le distrazioni capitano! Quella gialla con Enea adulto ha anche del testo sul retro ed è opera di Matteo Bottoli: riproduce il manifesto ENEA/SINAL del 1952. L'altra boh.




Personalmente trovo la grafica deliziosa su entrambe, anche se il piccolo Enea è un po' troppo lezioso, alla moda delle rappresentazioni dei bambini tipiche della pubblicità di quel periodo - in prevalenza rivolta alle donne, quindi stereotipicamente molto "cute". L'Enea adulto, rivolto invece agli uomini adulti, mi piace di più per colori e ideazione grafica, che trovo freschissima.
Sono curiosissimo di sapere cos'è "l'apparecchio contenitivo" di cui parla il testo sul retro, dato che la pancera è una cosa distinta. È quel tipo di enunciazione del tutto chiara, presumo, alle persone del tempo, ma che risulta incomprensibile a chi fa parte di un contesto culturale in cui non si usano più aggeggi del genere.
 

RECENSIONE (SPOILER!)

Eccomi qui davanti alla prima edizione italiana di Paria dei cieli di Isaàk Jùdovič Azìmov.

Per me è una rilettura, ma dato che sono trascorsi oltre 30 anni dall'ultima volta non ricordavo quasi niente. 

Asimov è stato uno dei primi autori che mi ha catturato quando ho iniziato il mio viaggio nella fantascienza, insieme a Verne, Wells, Clarke, Bradbury, Clement. Questo signore qui, di cui ho pianto l'inaspettata morte a 13 anni, nel 1992, ha tirato la mia mente di preadolescente lungo le tangenti del cosmo infinito. La scala di tutto, i concetti grossi, il vasto intrico, l'intelligenza come vantaggio e la scienza come valore mi hanno instillato l'idea che, anche se non siamo niente di speciale, rimaniamo una parte di universo consapevole di sé con il cervello per fare grandi cose. Mi ha ispirato fiducia nel futuro, nella possibilità di essere migliori e poter guidare la specie a più alte e nobili imprese. Da sociologo, la Psicostoria è una delle mie invenzioni letterarie preferite nell'intera letteratura mondiale.

Oggi so che era un palpatore seriale. Il maschilismo traspare anche nei romanzi, ma non mi pareva nulla di strano, da ragazzino. Al tempo era tutto così e ci sono cresciuto in mezzo, non avevo ancora compreso e messo in discussione la mia visione del mondo a riguardo. Gli ero grato di avermi scatenato la fantasia e lo sono ancora, ma non ha senso nascondere la sporcizia sotto il tappeto.

Ora però parliamo di letteratura!

Lo dico subito: come romanzo d'esordio è meh. Non fantastico. Serviceable, come dicono gli inglesi, ma che vi devo dire... nonostante ami gli altri lavori dell'autore, non sono un fanboy acritico. 

Partiamo dal principio. Il romanzo si apre con Joseph Schwartz, sarto in pensione che vive nella Chicago del 1949. Se ne sta trotterellando felice per la sua passeggiatina, ignaro che a poca distanza dei fisici nucleari stanno smanettando pericolosamente in laboratorio con dell'uranio impuro, quando all'improvviso solleva un piede, lo posa e non è più sulla Terra.

O meglio, il pianeta è lo stesso, ma l'epoca no. Il povero, smarrito Schwartz, non sa dove si trova o come ci è finito: era in città, ora è in aperta campagna ed è pure cambiata l'ora del giorno. Ben presto, bussando alla porta della prima fattoria che incontra, scopre che non capisce la lingua locale. Immaginate lo shock.

La coppia di sposi che gli apre e lo prende in casa pensa che sia gravemente ritardato (per usare il brutto termine antiquato, ma voglio rendere l'idea di quanto pensano che sia profondo il suo handicap mentale) e non sa che fare di lui, considerando anche il fatto che appare avanti con l'età e lì, sulla Terra del futuro, si viene giustiziati dallo Stato a 60 anni.

Sì, perché le risorse sono pochine: la Terra è una poco popolata palla di fango radioattiva, i cui abitanti sono trattati con un razzismo sconcertante dal resto dei mondi dell'Impero Galattico sia per i loro usi barbari come l'eutanasia forzata che per il loro carattere ribelle, orgoglioso e bellicoso. 

Ho nominato l'Impero e vale la pena soffermarsi un attimo su questo argomento. L'intero ciclo della Fondazione si svolge infatti nello stesso identico universo di questo primo romanzo, anche se Foundation ha luogo oltre 10.000 anni più tardi! Siamo davanti al libro che ha stabilito il canone per l'universo narrativo asimoviano ed è il romanzo d'esordio. Le premesse gettate qui, a parte quelche retcon, rimarranno alla base di tutta la sua successiva produzione. Niente male in termini di coerenza!

Comunque: la brava gente che gli da aiuto, dato che sembra irrecuperabilmente ottuso e che già nascondono un parente anziano, decide che la cosa migliore da fare è affidarlo a un medico, il dotto Shekt, che cerca volontari per sperimentare il suo Sinottificatore, un apparato capace di conferire enorme intelligenza ai soggetti che non uccide.

Da questa premessa parte una complessa, intricata vicenda politica che vede scontrarsi fanatici religiosi ultranazionalisti (i quali credono che la Terra sia il punto di origine dell'umanità intera, conoscenza che nel futuro è stata smarrita. Esistono varie teorie concorrenti per spiegare l'origine della specie), il governo "terricolo" e la struttura istituazionale imperiale che tiene a bada questo pianeta pieno di belve subumane.

Fin qui, vabbè. Il problema è che la caratterizzazione dei personaggi è goffa, didascalica, per nulla coinvolgente. L'intreccio è decente, ma un po' troppo "by the book" e non rivela sorprese particolari, limitandosi a essere abbastanza prevedibile e un po' noioso. Nella vicenda si infilano innumerevoli altri personaggi, come il Segretario della Terra, Pola Shekt, la figlia dello scienziato, e Arvardarn, archeologo siriano sulla Terra per cercare di capire se è vero che l'umanità ha avuto origine lì, ma niente tiene incollati alla pagina. La noia è sempre in agguato, ma viene sempre evitata per un pelo e la trama si muove in avanti un po' sgraziata ma con efficacia.

C'è però un particolare scientifico molto importante che mi ha deluso. Essendo Asimov, avevo delle aspettative. Eppure il Sinottificatore, la macchina che migliorerebbe le capacità cerebrali degli individui, lo farebbe mettendo in comunicazione i neuroni... che a quanto pare non sono collegati tra loro da sinapsi, la cui esistenza però era nota fin dai primi del '900. Dato che la macchina è alla base della trama, la cosa mi fa rosicare assai... è una forma di "handwavium" e andrebbe usato con più credibilità e arguzia di così.

Insomma, pare brutto parlare di Asimov a questo modo, ma decisamente non il suo miglior lavoro. Ho letto romanzi d'esordio molto migliori! Consiglio la lettura se volete leggere proprio tutto, come ho fatto io peraltro, ma se gli altri lavori raggiungono picchi di eccellenza questa è una collinetta brulla e un po' triste che domina però un panorama maestoso come quello di Fondazione e Robot.

Il numero chiude con l'ultima puntata di un romanzo di Rex Stout con Nero wolfe (che, ripeto per chi si fosse sintonizzato solo ora, non recensirò, dato che è un giallo), la rubrica Curiosità Scientifiche e l'angolo enigmistico che continuerò a fotografare per intero finché qualcuno di voi non risolverà tutti i rebus e gli schemi!
 

Copertina anonimissima!

Costina ben messa, un po' ruvida.

Rumianca sempre, comunque, dovunque.

A furia di vedere pubblicità dei gialli finirò per leggere tutto Rex Stout.

I numeri appartenuti a questo sconosciuto individio che firmava e datava le sue copie stanno per finire e ancora non ho capito il nome.

Il traduttore del mistero che forse ora so chi è!

Lo Schwartz disegnato da Jacono è ESATTAMENTE come me lo sono immaginato.

La coppia che lo prende in casa e poi lo scarica a fare la cavia umana.

Molto suggestivo. Jacono sempre braverrimo.

Ecco la cazzata scientifica di cui non mi capacito. Con la sua fama di scienziato e divulgatore, mi sarei atteso di meglio. Sempre che non sia un problema di traduzione, ma Schlumper è bravissimo quindi dubito.

Pola Shekt, "terry-squaw" ("squaw terricola") come la chiama un poliziotto razzista. Immagino Asimov abbia usato il termine per dare l'idea del tipo di razzismo. 

"Perversa nota piccante" = BLEURGH

A parte "Impero Galassico", i terricoli sono "Terry" e questo mi fa sghignazzare perché calza anche coi razzisti nostrani.

Eccolo! Terry-squaw!

Il libro è pieno zeppo di errori di battitura e anche di editing, come questo: le frasi del dialogo sono chiaramente invertite.

C'è da bombardare per evitare catastrofi peggiori.

Pubblicità per il numero 10 di Urania Rivista usciva proprio in quel periodo. Purtroppo non funzionò un granché: avrebbe interrotto le pubblicazioni col numero 14, mentre I Romanzi di Urania sono ancora vivi e vegeti! Peccato, perché era una bella rivista. Se volete vedere com'era fatta ho recensito il primo numero.

A questo giro si parla ancora di geologia, ma stavolta di erosione glaciale invece che di deriva dei continenti. Niente da segnalare, tutto molto corretto.

MOndadori al tempo pubblicava anche Topolino, che già era una corazzata. Fa un po' sorridere il "i vostri bambini saranno più tranquilli e felici" se comprate loro Topolino. Come a dire, schiaffateli davanti al fumetto e staranno zitti per un po' :D

Un giorno mi devo mettere lì e fare qualche cruverba vintage.

13 luglio 2026

Urania n. 19 - Preludio allo spazio di Arthur Charles Clarke

CARATTERISTICHE EDITORIALI E FISICHE

Il volume si presenta elastico e coeso, dai margini netti, senza pieghe e con una costina invidiabile, leggibilissimo. Come è stato spesso il caso finora, sembra più giovane dei suoi oltre 70 anni. Purtroppo i margini delle pagine interne sono particolarmente bruniti e il bianco della copertina pure, quindi boh, LEM 4.5 a dir tanto.

Preludio allo spazio è ovviamente la primissima edizione italiana di Prelude to space, come tutti i precedenti, ed è uscito da noi il 10 Luglio 1953. Clarke lo scrisse nel 1947 ma lo pubblicò solo nel 1951 – nove anni prima che venisse annunciato il Programma Apollo – in paperback per i tipi di World Editions Inc., come terzo numero della collana "Galaxy novels" (se siete curiosi degli altri titoli della serie eccoli qui, c'è roba notevole).

Per ammissione dello stesso Clarke, il romanzo fu scritto con un forte intento "propagandistico". Nel 1947 gli USA mandarono i primi esseri viventi nello spazio (solo tecnicamente, cioè a oltre 100km dalla superficie: moscerini della frutta in un razzo V2 sub-orbitale) e Clarke era evidentemente appassionato della ricerca in questo campo. Il libro è intriso d'entusiasmo per il futuro dell'umanità nello spazio... anzi, dell'uomo: nell'intero libro non c'è nemmeno una donna. A mia memoria Clarke è un po' tutto così: se c'è una donna, è irrilevante. Nella SF di questo periodo si trovano spesso cose del genere e bisogna, ahimé, fargli la tara per godersi il resto. Provate a rileggere Verne o Wells da adulti e ci vedrete razzismo colonialista e misoginia da lasciare basiti – o compiaciuti, se siete razzisti e misogini, ma spero di no. Il che ovviamente non significa che non possiamo prendere il bello che c'è dentro questi lavori, ma meglio rendersene conto!

Tornando a bomba: traduzione di A.S., che sta per Armando Silvestri, giornalista, direttore di varie riviste di aeronautica e scrittore di fantascienza di cui trovate qui la bibliografia. È bravo. Ma bravobravobravo. Rende benissimo la prosa asciutta di Clarke, che adoro e con cui ho buona familiarità anche in lingua originale. Si vede che Silvestri ha competenza del mezzo: piglio sicuro, traduzione convincente, dialoghi sciolti, tersa precisione, termini scientifici e neologismi quasi sempre a puntino. Se non fosse per il linguaggio un po' desueto (ho imparato due nuove parole: epidiascopiobalipedio! E poi buffè invece di buffet, di tempo in tempo al posto di di quando in quando e via dicendo) sarebbe una traduzione modernissima.

Mi sono imbattuto però in almeno una bruttura. A un certo punto, parlando della Luna, compare una frase che in originale è:

the ragged line of the Terminator enclosed a great oval of darkness

e che in traduzione è resa:

le linee raggiate del Terminatore racchiudevano un grande ovale di oscurità.

"Ragged" significa, in contesto, "frastagliato, sfilacciato" o qualcosa di simile, quindi indica la linea frastagliata di demarcazione tra luce e ombra resa "ruvida" dalle asperità del suolo. Non è certo una linea "raggiata". Il "great oval of darkness" mi pare sia la parte illuminata della Luna e "Terminator" ha la maiuscola anche in originale, quindi qui niente note, ma sono basito dalla scelta di tenere il termine inglese. Forse Silvestri l'ha scambiato per un nome proprio?

Abbiamo visto molti casi del genere nei primi diciotto numeri e qui non si fa eccezione: la terminologia tecnica, scientifica o pseudoscientifica, piena di neologismi oscuri che è tipica della fantascienza è una sfida per i traduttori nostrani dell'epoca. I quali, in effetti, non biasimo poi molto: non avevano le risorse che abbiamo oggi per tradurre efficacemente e la ricerca doveva essere un incubo, a caccia di materiali tecnici in giro per biblioteche.

Dato che ormai, a quanto pare, il mio cervello ha deciso che mi piace fare la comparazione della copertina di Caesar con quella originale, eccola qui. È firmata da un certo Bunch.

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Magari un giorno editerò tutte le recensioni per includere sempre il confronto, ma non è questo il giorno.
La copertina originale è carina e rappresenta bene la forma di Alfa, lo stadio del razzo diretto verso la Luna nel romanzo.
Quella di Kurt Caesar, per contro, è SPETTACOLARMENTE INCREDIBILE.
Guardatela.

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È magnifica.

Qui Alfa è di un realismo impressionante, costruita con un stile per allora futuristico ma che a noi ricorda i veri design dei veicoli spaziali degli anni '60 per quanto ci si avvicina: avantissimo. Se poi a questo aggiungiamo della vegetazione e alcuni canguri, per me è apoteosi. Un ossimoro di speciale bellezza. L'accuratezza tecnica insieme a una surrealtà che Dalì levati, anche al di là del pittorico! Perché, ovviamente, sulla Luna non ci sono canguri, ma in Australia sì, e il razzo parte dall'Australia. Ma in copertina il cielo è nero, come sulla Luna. E poi, se siamo sulla Terra, stiamo vedendo sia Alfa che Beta, prima della partenza, ma allora non dov'è la rampa di lancio di lancio descritta nel libro? Le ali su Beta?

Insomma, l'illustrazione testimonia quanto poco sapessero i copertinisti del tempo del libro per cui disegnavano, vizio che esiste anche oggi ma in maniera minore. È un disastro assoluto di pubblicità ingannevole ed elementi a caso e LA ADORO. È così stupida che mi fa morire! Le illustrazioni interne sono invece di un Carlo Jacono in splendida forma, quanto mi piace come disegna(va) quell'uomo.

Infine, gli errori di battitura sono così tanti che ho smesso di contarli presto o sarei ancora lì: dubito che questo romanzo sia mai passato per la correzione di bozze.

RECENSIONE (SPOILER!)

Niente sviluppo dei personaggi, vaffanculo le scene emotive e l'intreccio, DATEMI AVVENTURE SCIENTIFICHE PIENE DI TECNOLOGIE PLAUSIBILI E SPIEGATEMI LA FISICA.

Ce ne sono, eh, di quei momenti "normali", ma sono trattati superficialmente e all'acqua di rose giusto per dare al lettore qualcosa a cui agganciare un briciolo di emozione. Per il resto, i personaggi sono lì al servizio della storia. Il sentimento generale, che adoro, è che se la fisica lo consente possiamo fare ogni cosa, è ovvio che colonizzeremo lo spazio perché siamo esploratori per natura, il meglio di noi è lì fuori che ci aspetta, smuoviamo i fondi di intere nazioni per ottenere un futuro che sia degno dei nostri discendenti! Nel frattempo, per arrivarci, superiamo sfide tecniche, morali e di coraggio! Di compassione, ragionevolezza, razionalità e concretezza! Dimostriamo che l'umanità unita si merita di raggiungere le stelle in pace e prosperità!

Non la fanno più, fantascienza così! O quasi.

Il libro è ambientato in un futuro 1978 e segue tale Dirk (non Gently, Alexson), uno storico di professione. L'università lo manda dapprima alla British Interplanetary Society di Londra a seguire le preparazioni finali per il lancio della Prometheus, che porterà l'uomo sulla Luna. A un certo punto si sposterà in Australia, da dove partirà il razzo perché, nel caso, c'è abbastanza deserto su cui schiantarsi. Lo scopo di Dirk è produrre un resoconto "storico" il più accurato possibile, raccogliendo le testimonianze del personale coinvolto ed entrando nell'intimo del funzionamento dell'organizzazione, indagando dinamiche, procedure e motivazioni personali. Non credo che il lavoro di storico adotti simili metodologie, ma se mi sbaglio correggetemi e intanto sorvoliamo.

A parte esprimere tutta la mia invidia nei confronti di Dirk, che odio cordialmente, dirò che con questa gimmick Clarke ci conduce per mano attraverso le tortuosità politiche ed economiche necessarie per creare una missione interplanetaria: dalla raccolta di fondi alla sensibilizzazione del pubblico, dalla necessità di satelliti per le telecomunicazioni al supporto delle istituzioni, per poi passare al funzionamento dell'organizzazione, che in effetti fornisce un'idea ragionevolmente precisa di come funziona un'ente costituita al predetto scopo.

Qui l'intento di "propaganda" si sente molto. Tutti i personaggi mostrano chiarezza e unità d'intenti, tutti sono convinti che il futuro dell'uomo è nello spazio e niente li fermerà. Clarke si fa un punto d'onore di "progettare" una nave e un processo di lancio terribilmente realistici, anche se inusuali e probabilmente infattibili o sconvenienti anche con le tecnologie odierne. L'idea è affascinante: la Prometheus (chiamata anche Prometeo in altri punti del romanzo, a riprova che gli editor latitavano nella redazione di Urania) è composta di due elementi, Alfa e Beta. Alfa trasporta la gente fino alla Luna, Beta è un razzo, o meglio, un'ala volante a propulsione atomica che serve a portare Alfa in orbita e spingerla verso la Luna. È descritto come un ramjet che usa un reattore nucleare per surriscaldare l'aria e ottenere propulsione. Concluso il suo compito, rimane in orbita attorno alla Terra e, quando Alfa ritorna nell'orbita terrestre, l'equipaggio trasborda su Beta e torna a terra, mentre Alfa rimane in orbita per il volo successivo.

Tutto questo viene spiegato nelle prime venti pagine, quindi aspettatevi una lettura densa.

Il punto di vista di Dirk, che deve parlare con tutti e fare domande che anche il lettore magari si pone, serve a Clarke a dare un'idea degli scienziati, amministratori e ingegneri che lavorano con passione all'esplorazione dello spazio, presentandoli in una luce sfavillante di intelligenza, competenza, determinazione e coraggio. Notare che tutti, nel romanzo, hanno almeno una laurea, perché l'educazione è fondamentale per fare grandi cose. Ribadisco: so che è propaganda e che queste figure professionali hanno le stesse proabilità di essere invidiosi, meschini, stronzi e avidi quanto chiunque altro, ma è come un sorso d'acqua fresca nel deserto e me la bevo volentieri.

Il capitano è un giovanotto di ventotto anni che è "l'unico uomo al mondo" con cento ore di "caduta libera" alle spalle, che oggi suona un po' buffo, ma conviene ricordare che parliamo del 1947. Clarke ha perfettamente ragione quando dice che per fare l'astronauta bisogna essere individui particolari: piloti, astronomi, ingegneri e specialisti in elettronica tutti in uno, dovendo anche adattarsi a condizioni limite per il corpo umano come l'assenza di peso e la gravità da accelerazione.

Le spiegazioni dettagliate del funzionamento della Prometheus sono una delizia, i dettagli tecnici sono (quasi) sempre corretti, il funzionamento dei razzi atomici è grosso modo plausibile e rende un'idea di come potrebbero essere davvero. Seguendo le descrizioni di Clarke al lettore è possibile comprendere molto bene ogni parte della nave e i paragrafi dedicati alla pista di lancio di Beta, il ramjet nucleare, sono strepitosa fantaingegneria degli anni '50, tecnicamente molto plausibile. Su questa astronave atomica però ci sono tecnologie oggi ascrivibili a quello che tutti chiamano retrofuturismo, ma che io chiamo FIGATA GALATTICA. È un mondo in cui "ci sono tremila valvole nei soli circuiti dei calcolatori", per capirci. Di meglio non posso chiedere. Oh, attenti: non significa che non ci siano problemi e difetti con la fisica e l'ingegneria, qui e lì, ma niente che la sospensione dell'incredulità non possa accettare.

Avrete capito che non dovete aspettarvi un romanzo pieno di emozioni e colpi di scena, dove ci si affeziona ai protagonisti e si girano le pagine col cuore in gola. La mia recensione sta per finire perché non c'è molto altro di cui parlare. È un libro "arido" perché guarda oltre le meschine beghe umane allo scopo di ispirare nuove avventure di conoscenza a una specie unita e in pace.

Il punto è far vivere al lettore il sense of wonder che viene dalla contemplazione delle nostre capacità, dall'eccitante ingegnosità dell'esplorazione spaziale, dalla gioia di vedere la specie umana dare il meglio di sé, intellettualmente, moralmente e in modo scientificamente plausibile, di fronte alla sfida dell'ignoto. Ci fa credere che sia veramente possibile e instilla in noi il desiderio di conseguire nuovi e più alti traguardi, ispirandoci a fare di più e di meglio.

Ciliegina finale sulla torta: si cita più volte il pioniere della missilistica Hermann Julius Oberth, che fu tra i primissimi a scrivere delle sue applicazioni astronautiche. Clarke ci racconta anche di quando, nel 1923, pubblicò un libro intitolato Die Rakete zu den Planetenräumen in cui descrisse per primo uno specchio spaziale: una griglia di superfici riflettenti regolabili individualmente con un diametro tra i 100 e 300 chilometri (CHILOMETRI), in orbita intorno alla Terra per concentrare e dirigere la luce solare sulla superficie (o lontano da essa) e utile a vari scopi. Clarke presenta questi fatti, ovviamente, nella sua prosa asciutta e concreta, ma leggendoli su pagina si pensa a Oberth come un personaggio immaginario escogitato per il romanzo... e invece! Se fosse davvero inventato ci sarebbero fan irritati dall'implausibilità storica di qualcuno così avanti.

Non vi dico come si conclude il romanzo, tanto è scontato. Lascia con la bella sensazione che c'è qualcosa da salvare in queste scimmie glabre che si pensano il picco dell'evoluzione. Personalmente raccomando fortissimo.

Il volume finisce col solito romanzo a puntate di Nero Wolfe, la rubrica scientifica (deliziosa: si parla di deriva dei continenti – che era già una teoria discussa, ma non provata – almeno 10 anni prima che qualcuno inziasse a comprenderne il meccanismo, cioè la tettonica a placche) e quella enigmistica. 

MA COS'ÈÈÈÈÈÈÈ
MA COS'ÈÈÈÈÈÈÈ
Un altro Deodorin della Rumianca, ormai praticamente lo sponsor ufficiale di Urania! Un giorno mi dovrò mettere a contare chi ha comprato più quarte di copertina.
Un altro Deodorin della Rumianca, ormai praticamente lo sponsor ufficiale di Urania! Un giorno mi dovrò mettere a contare chi ha comprato più quarte di copertina.
Costina molto bella.
Costina molto bella.
Firma incomprensibile e data sul frontespizio, pubblicità per quel gran figo di Buzzati sulla seconda di copertina.
Firma incomprensibile e data sul frontespizio, pubblicità per quel gran figo di Buzzati sulla seconda di copertina.
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Dietro al frontespizio abbiamo una sinossi entusiasta di Monicelli.
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Si parte con una bella illustrazione del razzo!

Ficata assoluta.

Bizzarre teorie riguardo a cosa fare attenzione quando si lancia un razzo.

Più pionieri di così...
 
Mock-up londinese della cabina di comando di Alfa.

Ecco il famigerato "Terminator" ante litteram!

Il buon dirk assiste a un filmato didattico sul progetto e sul volo spaziale.

Uso scorretto di "affatto". Delle parole "affatto comprensibili" dovrebbero essere, a significato ortodosso, "pienamente comprensibili", mentre qui Silvestri attribuisce al termine il significato opposto. Non so se fosse una frase idiomatica caduta in disuso, ma a mia memoria non ne ho visti altre nella prosa del tempo.

Ottimo esempio del tono generale del romanze: lo Spazio ci aspetta e noi siamo i Prescelti!

Anche nel lontano futuro del 1978 la "stirpe" patrilineare è un valore.

Un EVA raccontato con spietato, ottimo realismo, anche se le misure di sicurezza lasciano molto a desiderare.

Altro caso di traduzione zoppicante: l'estensione tre, dal contesto, è un'estensione interna del centralino della Società Britannica Interplanetaria, ma direi che Silvestri non aveva familiarità col concetto. Il telefono non era poi così diffuso nell'Italia del 1953: la prima cabina telefonica pubblica, in piazza San Babila a Milano, era stata impiantata solo l'anno prima.

SBAAAAVo per le descrizione tecniche.

Gli scienziati e tecnici nel romanzo sono del tutto disinterassati al profitto e agiscono solo per il bene dell'umanità intera. FUCK YEAH.

Le motivazioni degli scienziati, per Clarke, sono nobilissime.

Case in point.

A sinsitra il ramjet nucleare Beta, a destra il modulo di allunaggio Alfa.

Uno entra in un laboratorio e trova un collega sdraiato in terra che fissa un oscilloscopio su cui le linee si muovono in corrispondenza con la musica. Praticamente un visualizzatore come quelli dei software per leggere MP3 su PC. 

Mai saputo che si potesse sorridere da "tutti i denti".

Il piano dell'opera si arricchisce numero dopo numero e saranno tutte, o quasi, prime edizioni. Il prossimo sarà Paria dei cieli di Isaac Asimov.

Quel simpatico automa, guidato via cavo dal furgone, serve ai tecnici per fare manutenzione ai motori altamente radioattivi della Prometheus.

Metafantascienza! Il professor Maxton, il direttore della British Interplanetary Society, è uno scrittore di fantascienza... evidente self-insert di Clarke, secondo me ;)

Sto rileggendo quel romanzo proprio ora e diamine, Verne sarebbe sbalordito ed eccitato come un pupo a vedere di cosa siamo capaci oggi.

Anche nel romanzo ci sono i matti complottari antiscienza che cercano di sabotare la missione perché "SACRILEGIO!". Che palle che gente del genere sia ancora in giro.

A parte l'usuale, esilarante abitudine di tradurre "to swear" con "bestemmiare", è molto difficile trovare qualcuno che sappia farlo in tre lingue e quattro religioni! Chapeau!

Indovinate chi è.

Pubblicità per una robina da niente.

Prova evidente che i lettori del Giallo Mondadori e quelli di Urania in parte si sovrapponevano. Chissà se nei gialli dell'epoca c'era la pubblicità di Urania (do per scontato di sì) o romanzi SF a puntate (do per scontato di no).

Vedere quanto abbiamo ascoperto nel corso del tempo è emozionante.

Vedere Via col Vento descritto come "narrativa contemporanea" mi fa sentire il peso degli anni.