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13 luglio 2026

Urania n. 19 - Preludio allo spazio di Arthur Charles Clarke

CARATTERISTICHE EDITORIALI E FISICHE

Il volume si presenta elastico e coeso, dai margini netti, senza pieghe e con una costina invidiabile, leggibilissimo. Come è stato spesso il caso finora, sembra più giovane dei suoi oltre 70 anni. Purtroppo i margini delle pagine interne sono particolarmente bruniti e il bianco della copertina pure, quindi boh, LEM 4.5 a dir tanto.

Preludio allo spazio è ovviamente la primissima edizione italiana di Prelude to space, come tutti i precedenti, ed è uscito da noi il 10 Luglio 1953. Clarke lo scrisse nel 1947 ma lo pubblicò solo nel 1951 – nove anni prima che venisse annunciato il Programma Apollo – in paperback per i tipi di World Editions Inc., come terzo numero della collana "Galaxy novels" (se siete curiosi degli altri titoli della serie eccoli qui, c'è roba notevole).

Per ammissione dello stesso Clarke, il romanzo fu scritto con un forte intento "propagandistico". Nel 1947 gli USA mandarono i primi esseri viventi nello spazio (solo tecnicamente, cioè a oltre 100km dalla superficie: moscerini della frutta in un razzo V2 sub-orbitale) e Clarke era evidentemente appassionato della ricerca in questo campo. Il libro è intriso d'entusiasmo per il futuro dell'umanità nello spazio... anzi, dell'uomo: nell'intero libro non c'è nemmeno una donna. A mia memoria Clarke è un po' tutto così: se c'è una donna, è irrilevante. Nella SF di questo periodo si trovano spesso cose del genere e bisogna, ahimé, fargli la tara per godersi il resto. Provate a rileggere Verne o Wells da adulti e ci vedrete razzismo colonialista e misoginia da lasciare basiti – o compiaciuti, se siete razzisti e misogini, ma spero di no. Il che ovviamente non significa che non possiamo prendere il bello che c'è dentro questi lavori, ma meglio rendersene conto!

Tornando a bomba: traduzione di A.S., che sta per Armando Silvestri, giornalista, direttore di varie riviste di aeronautica e scrittore di fantascienza di cui trovate qui la bibliografia. È bravo. Ma bravobravobravo. Rende benissimo la prosa asciutta di Clarke, che adoro e con cui ho buona familiarità anche in lingua originale. Si vede che Silvestri ha competenza del mezzo: piglio sicuro, traduzione convincente, dialoghi sciolti, tersa precisione, termini scientifici e neologismi quasi sempre a puntino. Se non fosse per il linguaggio un po' desueto (ho imparato due nuove parole: epidiascopiobalipedio! E poi buffè invece di buffet, di tempo in tempo al posto di di quando in quando e via dicendo) sarebbe una traduzione modernissima.

Mi sono imbattuto però in almeno una bruttura. A un certo punto, parlando della Luna, compare una frase che in originale è:

the ragged line of the Terminator enclosed a great oval of darkness

e che in traduzione è resa:

le linee raggiate del Terminatore racchiudevano un grande ovale di oscurità.

"Ragged" significa, in contesto, "frastagliato, sfilacciato" o qualcosa di simile, quindi indica la linea frastagliata di demarcazione tra luce e ombra resa "ruvida" dalle asperità del suolo. Non è certo una linea "raggiata". Il "great oval of darkness" mi pare sia la parte illuminata della Luna e "Terminator" ha la maiuscola anche in originale, quindi qui niente note, ma sono basito dalla scelta di tenere il termine inglese. Forse Silvestri l'ha scambiato per un nome proprio?

Abbiamo visto molti casi del genere nei primi diciotto numeri e qui non si fa eccezione: la terminologia tecnica, scientifica o pseudoscientifica, piena di neologismi oscuri che è tipica della fantascienza è una sfida per i traduttori nostrani dell'epoca. I quali, in effetti, non biasimo poi molto: non avevano le risorse che abbiamo oggi per tradurre efficacemente e la ricerca doveva essere un incubo, a caccia di materiali tecnici in giro per biblioteche.

Dato che ormai, a quanto pare, il mio cervello ha deciso che mi piace fare la comparazione della copertina di Caesar con quella originale, eccola qui. È firmata da un certo Bunch.

immagine.png

Magari un giorno editerò tutte le recensioni per includere sempre il confronto, ma non è questo il giorno.
La copertina originale è carina e rappresenta bene la forma di Alfa, lo stadio del razzo diretto verso la Luna nel romanzo.
Quella di Kurt Caesar, per contro, è SPETTACOLARMENTE INCREDIBILE.
Guardatela.

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È magnifica.

Qui Alfa è di un realismo impressionante, costruita con un stile per allora futuristico ma che a noi ricorda i veri design dei veicoli spaziali degli anni '60 per quanto ci si avvicina: avantissimo. Se poi a questo aggiungiamo della vegetazione e alcuni canguri, per me è apoteosi. Un ossimoro di speciale bellezza. L'accuratezza tecnica insieme a una surrealtà che Dalì levati, anche al di là del pittorico! Perché, ovviamente, sulla Luna non ci sono canguri, ma in Australia sì, e il razzo parte dall'Australia. Ma in copertina il cielo è nero, come sulla Luna. E poi, se siamo sulla Terra, stiamo vedendo sia Alfa che Beta, prima della partenza, ma allora non dov'è la rampa di lancio di lancio descritta nel libro? Le ali su Beta?

Insomma, l'illustrazione testimonia quanto poco sapessero i copertinisti del tempo del libro per cui disegnavano, vizio che esiste anche oggi ma in maniera minore. È un disastro assoluto di pubblicità ingannevole ed elementi a caso e LA ADORO. È così stupida che mi fa morire! Le illustrazioni interne sono invece di un Carlo Jacono in splendida forma, quanto mi piace come disegna(va) quell'uomo.

Infine, gli errori di battitura sono così tanti che ho smesso di contarli presto o sarei ancora lì: dubito che questo romanzo sia mai passato per la correzione di bozze.

RECENSIONE (SPOILER!)

Niente sviluppo dei personaggi, vaffanculo le scene emotive e l'intreccio, DATEMI AVVENTURE SCIENTIFICHE PIENE DI TECNOLOGIE PLAUSIBILI E SPIEGATEMI LA FISICA.

Ce ne sono, eh, di quei momenti "normali", ma sono trattati superficialmente e all'acqua di rose giusto per dare al lettore qualcosa a cui agganciare un briciolo di emozione. Per il resto, i personaggi sono lì al servizio della storia. Il sentimento generale, che adoro, è che se la fisica lo consente possiamo fare ogni cosa, è ovvio che colonizzeremo lo spazio perché siamo esploratori per natura, il meglio di noi è lì fuori che ci aspetta, smuoviamo i fondi di intere nazioni per ottenere un futuro che sia degno dei nostri discendenti! Nel frattempo, per arrivarci, superiamo sfide tecniche, morali e di coraggio! Di compassione, ragionevolezza, razionalità e concretezza! Dimostriamo che l'umanità unita si merita di raggiungere le stelle in pace e prosperità!

Non la fanno più, fantascienza così! O quasi.

Il libro è ambientato in un futuro 1978 e segue tale Dirk (non Gently, Alexson), uno storico di professione. L'università lo manda dapprima alla British Interplanetary Society di Londra a seguire le preparazioni finali per il lancio della Prometheus, che porterà l'uomo sulla Luna. A un certo punto si sposterà in Australia, da dove partirà il razzo perché, nel caso, c'è abbastanza deserto su cui schiantarsi. Lo scopo di Dirk è produrre un resoconto "storico" il più accurato possibile, raccogliendo le testimonianze del personale coinvolto ed entrando nell'intimo del funzionamento dell'organizzazione, indagando dinamiche, procedure e motivazioni personali. Non credo che il lavoro di storico adotti simili metodologie, ma se mi sbaglio correggetemi e intanto sorvoliamo.

A parte esprimere tutta la mia invidia nei confronti di Dirk, che odio cordialmente, dirò che con questa gimmick Clarke ci conduce per mano attraverso le tortuosità politiche ed economiche necessarie per creare una missione interplanetaria: dalla raccolta di fondi alla sensibilizzazione del pubblico, dalla necessità di satelliti per le telecomunicazioni al supporto delle istituzioni, per poi passare al funzionamento dell'organizzazione, che in effetti fornisce un'idea ragionevolmente precisa di come funziona un'ente costituita al predetto scopo.

Qui l'intento di "propaganda" si sente molto. Tutti i personaggi mostrano chiarezza e unità d'intenti, tutti sono convinti che il futuro dell'uomo è nello spazio e niente li fermerà. Clarke si fa un punto d'onore di "progettare" una nave e un processo di lancio terribilmente realistici, anche se inusuali e probabilmente infattibili o sconvenienti anche con le tecnologie odierne. L'idea è affascinante: la Prometheus (chiamata anche Prometeo in altri punti del romanzo, a riprova che gli editor latitavano nella redazione di Urania) è composta di due elementi, Alfa e Beta. Alfa trasporta la gente fino alla Luna, Beta è un razzo, o meglio, un'ala volante a propulsione atomica che serve a portare Alfa in orbita e spingerla verso la Luna. È descritto come un ramjet che usa un reattore nucleare per surriscaldare l'aria e ottenere propulsione. Concluso il suo compito, rimane in orbita attorno alla Terra e, quando Alfa ritorna nell'orbita terrestre, l'equipaggio trasborda su Beta e torna a terra, mentre Alfa rimane in orbita per il volo successivo.

Tutto questo viene spiegato nelle prime venti pagine, quindi aspettatevi una lettura densa.

Il punto di vista di Dirk, che deve parlare con tutti e fare domande che anche il lettore magari si pone, serve a Clarke a dare un'idea degli scienziati, amministratori e ingegneri che lavorano con passione all'esplorazione dello spazio, presentandoli in una luce sfavillante di intelligenza, competenza, determinazione e coraggio. Notare che tutti, nel romanzo, hanno almeno una laurea, perché l'educazione è fondamentale per fare grandi cose. Ribadisco: so che è propaganda e che queste figure professionali hanno le stesse proabilità di essere invidiosi, meschini, stronzi e avidi quanto chiunque altro, ma è come un sorso d'acqua fresca nel deserto e me la bevo volentieri.

Il capitano è un giovanotto di ventotto anni che è "l'unico uomo al mondo" con cento ore di "caduta libera" alle spalle, che oggi suona un po' buffo, ma conviene ricordare che parliamo del 1947. Clarke ha perfettamente ragione quando dice che per fare l'astronauta bisogna essere individui particolari: piloti, astronomi, ingegneri e specialisti in elettronica tutti in uno, dovendo anche adattarsi a condizioni limite per il corpo umano come l'assenza di peso e la gravità da accelerazione.

Le spiegazioni dettagliate del funzionamento della Prometheus sono una delizia, i dettagli tecnici sono (quasi) sempre corretti, il funzionamento dei razzi atomici è grosso modo plausibile e rende un'idea di come potrebbero essere davvero. Seguendo le descrizioni di Clarke al lettore è possibile comprendere molto bene ogni parte della nave e i paragrafi dedicati alla pista di lancio di Beta, il ramjet nucleare, sono strepitosa fantaingegneria degli anni '50, tecnicamente molto plausibile. Su questa astronave atomica però ci sono tecnologie oggi ascrivibili a quello che tutti chiamano retrofuturismo, ma che io chiamo FIGATA GALATTICA. È un mondo in cui "ci sono tremila valvole nei soli circuiti dei calcolatori", per capirci. Di meglio non posso chiedere. Oh, attenti: non significa che non ci siano problemi e difetti con la fisica e l'ingegneria, qui e lì, ma niente che la sospensione dell'incredulità non possa accettare.

Avrete capito che non dovete aspettarvi un romanzo pieno di emozioni e colpi di scena, dove ci si affeziona ai protagonisti e si girano le pagine col cuore in gola. La mia recensione sta per finire perché non c'è molto altro di cui parlare. È un libro "arido" perché guarda oltre le meschine beghe umane allo scopo di ispirare nuove avventure di conoscenza a una specie unita e in pace.

Il punto è far vivere al lettore il sense of wonder che viene dalla contemplazione delle nostre capacità, dall'eccitante ingegnosità dell'esplorazione spaziale, dalla gioia di vedere la specie umana dare il meglio di sé, intellettualmente, moralmente e in modo scientificamente plausibile, di fronte alla sfida dell'ignoto. Ci fa credere che sia veramente possibile e instilla in noi il desiderio di conseguire nuovi e più alti traguardi, ispirandoci a fare di più e di meglio.

Ciliegina finale sulla torta: si cita più volte il pioniere della missilistica Hermann Julius Oberth, che fu tra i primissimi a scrivere delle sue applicazioni astronautiche. Clarke ci racconta anche di quando, nel 1923, pubblicò un libro intitolato Die Rakete zu den Planetenräumen in cui descrisse per primo uno specchio spaziale: una griglia di superfici riflettenti regolabili individualmente con un diametro tra i 100 e 300 chilometri (CHILOMETRI), in orbita intorno alla Terra per concentrare e dirigere la luce solare sulla superficie (o lontano da essa) e utile a vari scopi. Clarke presenta questi fatti, ovviamente, nella sua prosa asciutta e concreta, ma leggendoli su pagina si pensa a Oberth come un personaggio immaginario escogitato per il romanzo... e invece! Se fosse davvero inventato ci sarebbero fan irritati dall'implausibilità storica di qualcuno così avanti.

Non vi dico come si conclude il romanzo, tanto è scontato. Lascia con la bella sensazione che c'è qualcosa da salvare in queste scimmie glabre che si pensano il picco dell'evoluzione. Personalmente raccomando fortissimo.

Il volume finisce col solito romanzo a puntate di Nero Wolfe, la rubrica scientifica (deliziosa: si parla di deriva dei continenti – che era già una teoria discussa, ma non provata – almeno 10 anni prima che qualcuno inziasse a comprenderne il meccanismo, cioè la tettonica a placche) e quella enigmistica. 

MA COS'ÈÈÈÈÈÈÈ
MA COS'ÈÈÈÈÈÈÈ
Un altro Deodorin della Rumianca, ormai praticamente lo sponsor ufficiale di Urania! Un giorno mi dovrò mettere a contare chi ha comprato più quarte di copertina.
Un altro Deodorin della Rumianca, ormai praticamente lo sponsor ufficiale di Urania! Un giorno mi dovrò mettere a contare chi ha comprato più quarte di copertina.
Costina molto bella.
Costina molto bella.
Firma incomprensibile e data sul frontespizio, pubblicità per quel gran figo di Buzzati sulla seconda di copertina.
Firma incomprensibile e data sul frontespizio, pubblicità per quel gran figo di Buzzati sulla seconda di copertina.
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Dietro al frontespizio abbiamo una sinossi entusiasta di Monicelli.
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Si parte con una bella illustrazione del razzo!

Ficata assoluta.

Bizzarre teorie riguardo a cosa fare attenzione quando si lancia un razzo.

Più pionieri di così...
 
Mock-up londinese della cabina di comando di Alfa.

Ecco il famigerato "Terminator" ante litteram!

Il buon dirk assiste a un filmato didattico sul progetto e sul volo spaziale.

Uso scorretto di "affatto". Delle parole "affatto comprensibili" dovrebbero essere, a significato ortodosso, "pienamente comprensibili", mentre qui Silvestri attribuisce al termine il significato opposto. Non so se fosse una frase idiomatica caduta in disuso, ma a mia memoria non ne ho visti altre nella prosa del tempo.

Ottimo esempio del tono generale del romanze: lo Spazio ci aspetta e noi siamo i Prescelti!

Anche nel lontano futuro del 1978 la "stirpe" patrilineare è un valore.

Un EVA raccontato con spietatoottimo realismo, anche se le misure di sicurezza lasciano molto a desiderare.

Altro caso di traduzione zoppicante: l'estensione tre, dal contesto, è un'estensione interna del centralino della Società Britannica Interplanetaria, ma direi che Silvestri non aveva familiarità col concetto. Il telefono non era poi così diffuso nell'Italia del 1953: la prima cabina telefonica pubblica, in piazza San Babila a Milano, era stata impiantata solo l'anno prima.

SBAAAAVo per le descrizione tecniche.

Gli scienziati e tecnici nel romanzo sono del tutto disinterassati al profitto e agiscono solo per il bene dell'umanità intera. FUCK YEAH.

Le motivazioni degli scienziati, per Clarke, sono nobilissime.

Case in point.

A sinsitra il ramjet nucleare Beta, a destra il modulo di allunaggio Alfa.

Uno entra in un laboratorio e trova un collega sdraiato in terra che fissa un oscilloscopio su cui le linee si muovono in corrispondenza con la musica. Praticamente un visualizzatore come quelli dei software per leggere MP3 su PC. 

Mai saputo che si potesse sorridere da "tutti i denti".

Il piano dell'opera si arricchisce numero dopo numero e saranno tutte, o quasi, prime edizioni. Il prossimo sarà Paria dei cieli di Isaac Asimov.

Quel simpatico automa, guidato via cavo dal furgone, serve ai tecnici per fare manutenzione ai motori altamente radioattivi della Prometheus.

Metafantascienza! Il professor Maxton, il direttore della British Interplanetary Society, è uno scrittore di fantascienza... evidente self-insert di Clarke, secondo me ;)

Sto rileggendo quel romanzo proprio ora e diamine, Verne sarebbe sbalordito ed eccitato come un pupo a vedere di cosa siamo capaci oggi.

Anche nel romanzo ci sono i matti complottari antiscienza che cercano di sabotare la missione perché "SACRILEGIO!". Che palle che gente del genere sia ancora in giro.

A parte l'usuale, esilarante abitudine di tradurre "to swear" con "bestemmiare", è molto difficile trovare qualcuno che sappia farlo in tre lingue e quattro religioni! Chapeau!

Indovinate chi è.

Pubblicità per una robina da niente.

Prova evidente che i lettori del Giallo Mondadori e quelli di Urania in parte si sovrapponevano. Chissà se nei gialli dell'epoca c'era la pubblicità di Urania (do per scontato di sì) o romanzi SF a puntate (do per scontato di no).

Vedere quanto abbiamo ascoperto nel corso del tempo è emozionante.

Vedere Via col Vento descritto come "narrativa contemporanea" mi fa sentire il peso degli anni.

28 settembre 2025

Urania n. 17 - Hedrock l'immortale di Alfred Elton Van Vogt

 

CARATTERISTICHE EDITORIALI E FISICHE  
 
Il volume si presenta quasi perfetto: costina integra, copertina con ottimi colori nonostante gli angoli esterni non perfetti, pagine bianche all'interno, ancora elastico e insomma, niente da segnalare. LEM 4.5/5. Sul frontespizio troviamo l'usuale firma incomprensibile, stavolta scritta con una stilografica blu il cui inchiostro trapassa il foglio, più la data: Giugno 1953.
 
Il romanzo appare per la prima volta, in forma seriale, su Astounding Science Fiction dal Febbraio all'Aprile 1943. Questa versione divenne poi un hardcover nel 1947, stampato in una tiratura di sole 1000 copie per i tipi di Hadley Publishing Company. Posto la copertina perché mi piace un sacco!
 

 
Van Vogt poi rimaneggiò ampiamente il testo, che uscì nuovamente nel 1952 per Greenberg in edizione riveduta e corretta con una copertina, se possibile persino più fica. 
 
https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhje0xFJxr9t1r4SaD7Xr1hdRVle7WLRqJbT4SlIg5qu78Vyp-nf5_NdE7gnSoLjCmY_YW9XVAHSbIVl2La0jcruzQ5IoSKQWHd1M-s8VKBwF0w1pwlwCDwrOxtVNijQJdBT-jUNdsfepyM/s1600/makerstitle.jpg 
 
Posto le copertine originali perché, in tutta franchezza, quella di Caesar mi piace molto di meno, nonostante sia magistrale come sempre: non c'azzecca nulla col contenuto del romanzo ed è, al confronto, generica e stereotipata.
 
Le illustrazioni interne sono di Carlo Jacono e, come al solito, sono STREPITOSE. 
 
Ancora una volta, poi, ci troviamo davanti alla prima edizione italiana di un'opera che ha fatto la storia della fantascienza. 
 
La traduzione, affidata a Rosetta Colli come il n. 12 (Le armi di Isher), è così così. Persevera l'impressione che abbiamo di fronte una traduttrice di classici, poco avvezza al lessico inglese del tempo e non a suo agio con la fantascienza. La prosa di Van Vogt, che in originale è moderna, asciutta ma non sterile, qui diventa pomposa, piena di fraseggiare complesso e termini aulici irreperibili in inglese. Per esempio se un personaggio ritiene di non fare qualcosa di rischioso, è perché "non poteva correrne l'alea" e, in generale, il tono è un po' troppo alto. Meglio del volume precedente, però! Nelle foto trovate vari esempi per farvi un'idea.
 
Trovo invece deliziosa la technobabble. Ci sono armi "a 9000 cicli" (gotta love early SF) e fioccano gli stratoplani, autoplani, merciplani, naviplani (descritti come "costruzione a torpedine dardeggiante su ali di energia atomica", che è un filino poetico), e ogni altro tipo di "plani" che vi vengano in mente. 
Essi poi usano "gavitelli", che è difficile immagine in contesti diversi da quelli marittimi, e fanno sorridere i collegamenti via "telestato" (ad onor del vero, "telestats" in originale), che sono "raccordi" (tentativo di tradurre "link", ci ho messo un po' a capirlo), e un liquido al (o di) destrosio che diventa "liquido destrosio".
 
La traduzione del titolo in particolare mi lascia sconcertato: non riesco a capire per quale motivo stravolgerlo, nonostante mi piaccia così. Forse per non fare confusione col volume precedente? Mi pare che Le armi di Isher e I fabbricanti d'armi (come lo intitolò fedelmente Ugo Malaguti nella sua traduzione del 1977 per Libra Editrice) possano convivere senza problemi, a cinque numeri di distanza, nonostante la ripetizione del termine "armi". C'è da dire però che Hedrock l'Immortale mi sembra un titolo migliore: così sarà ristampato su Urania 424 nel 1966 e nel 2006, con traduzione di Valla, nel n.46 di Urania Collezione.
 
Per chiudere, devo purtroppo segnalare UNA MAREA di errori di battitura, molti più della media del periodo, a ulteriore testimonienza del fatto che l'Urania degli esordi fu un'operazione un po' casareccia in senso editoriale: tanto impegno e tanta passione, ma redazione minuscola e pochi soldi.


RECENSIONE (SPOILER!)
 
Per me è una rilettura, ma una di quelle strane.
Il volume che ho letto io, infatti, è quello in lingua inglese del 1947, prima della massiccia revisione autoriale che non avevo idea fosse mai avvenuta, così mi sono ritrovato straniato e un po' confuso: sono andato a riprendere in mano il testo originale per controllare e ho scoperto che l'intero punto di vista di Neelan, un personaggio secondario, è stato tramutato in quello di Hedrock, il protagonista del titolo, e certi eventi accadono in maniere e tempi diversi. Vi sono innumerevoli differenze che non starò a elencare, perché si tratta di modifiche irrilevanti ai fini dell'efficacia del testo, ma in generale direi che il libro ha giovato della revisione e risulta più scorrevole ma, ahimé, non più ordinato e  focalizzato: vedremo poi perché.

Le vicende si svolgono sette anni dopo quelle de The Weapon Shops of Isher (Le armi di Isher, Urania n.12), nello stesso contesto: il sistema solare è sotto il governo imperiale della dinastia Isher, la cui corrente sovrana è Innelda e a cui si oppongono i tecnologicamente più avanzati Negozi d'Armi, il cui ruolo è proprio di fornire armi per la difesa ai cittadini nel più classico stile Americano del Second Amendment. A differenza del demenziale stato attuale (e passato) degli USA reali, in cui ogni settimana qualcuno si mette a sparare in una scuola, qui la gente usa davvero le armi per controbilanciare il controllo assoluto della tirannia e non contro i bambini.
 
La situazione, però, si complica quando l'Imperatrice Innelda scopre che alla sua corte c'è una spia dei Negozi d'Armi, Il capitano Roberto Hedrock. Lo abbiamo già conosciuto in Le armi di Isher, ma lì era un personaggio secondario mentre qui è il protagonista assoluto.
Di lui sapevamo, grosso modo, solo che era immortale. Qui scopriamo perché: 4000 anni prima aveva iniziato a trafficare con una tecnica sperimentale per aumentare la taglia delle cose viventi, ma qualcosa era andato storto e si era accorto dopo qualche anni di non poter morire. Da quel momento – e qui glielo vediamo fare, vedi foto più sotto – ha cercato di replicare i risultati di quell'esperimento su un numero infinito di ratti, in modo da poter condividere questa sua scoperta col resto dell'umanità.
Il buon Hedrock, infatti, è proprio questo: buono. Generoso, lavora per il bene collettivo dell'umanità e la sua intera esistenza è trascorsa nel tentativo di migliorarne le sorti. Nel corso del romanzo scopriremo infatti che è stato lui a creare tanto l'Impero Isher quanto i Negozi d'Armi, in modo da donare al genere umano un periodo di pace e stabilità, per quanto sul filo del rasoio.
 
Questa stabilità viene compromessa quando, nel corso di una discussione a palazzo, Innelda annuncia a lui e a tutti i convenuti che intende giustiziarlo. Il nostro però, non è un pivello e non si fa fregare: monta una difesa tanto astuta e cogente che riesce a fuggire, apprendendo nel contempo che l'Imperatrice nasconde al mondo l'invenzione di un motore "intrastellare" (ma non sarebbe "inter"?).
Purtroppo viene subito intercettato e catturato da una squadra di uomini dei Negozi d'Armi, il cui Consiglio ha iniziato a sospettare che sia una qualche sorta di spia, per l'Impero o per suoi scopi misteriosi. Si ritrova quindi poco dopo nella medesima situazione da cui è appena uscito, ma scappa anche da qui grazie al fatto che 4000 anni di esperienza gli hanno insegnato a pianificare a lungo termine e a ficcare vie di fuga e armi nascoste in ogni edificio che frequenta. 
 
Da qui in poi la trama è incentrata su Innelda che si rifiuta di rivelare alla popolazione la splendida invenzione, per paura che i Negozi d'Armi se ne possano impadronire, e i Negozi stessi che sobillano la popolazione contro di lei nella speranza che si arrenda e ammetta la scoperta. Si scatena una sarabanda di avventure che includono viaggi interstellari involontari, scienziati che lavorano in segreto, giganti che distruggono città, intrighi di corte, viaggio nel tempo, matrimoni imperiali, alieni simili a ragni, telepatia ad anni luce di distanza e insomma, chi più ne ha più ne metta. 
 
Non dico altro perché qui il divertimento è nell'esperienza: si gira la pagina chiedendosi che caspita d'altro si è inventato 'sto matto. 
 
Il numero si chiude con la quinta puntata di Niente fiori all'ambrosia di Rex Stout, che continuerò a non recensire perché è un giallo, seguito dalla rubrica scientifica dall'inquietante titolo La Terra cadrà nel sole? e dal sempreverde angolo enigmistico.
 
Come sempre, mi soffermo sulla rubrica. È per me fonte di sempiterna meraviglia scoprire che aspetto avessero i confini della conoscenza astronomica negli anni '50. In questo caso si parla di un'ipotesi per cui, dato che esiste un campo magnetico galattico, questo abbia un'influenza sull'orbita dei pianeti, in special modo quelli rocciosi contenenti elementi sensibili al magnetismo.
Si supponeva infatti che la Terra, centinaia di milioni di anni fa, fosse lontana dal Sole quanto Plutone, e che nel giro di altre centinaia di milioni di anni si sarebbe trovata alla distanza di Mercurio, perché il campo magnetico galattico "frena" il suo moto, in maniera impercettibile, facendole perdere slancio dai tempi in cui era stata "emessa" dal Sole.
Oggi sappiamo che i pianeti non sono stati "emessi" dal Sole e che, ben prima che la nostra orbita possa decadere significativamente, la nostra stella esaurirà l'idrogeno e si espanderà in una gigante rossa che ingoierà i pianeti interni. Noi potremmo, in effetti, ritrovarci nell'atmosfera solare, ma non per i motivi qui delineati. 
 
Dicevo, all'inizio, che il romanzo è un po' caotico. Van Vogt stesso affermava che molte delle idee per le sue storie gli venivano in sogno, al punto che spesso si svegliava di notte per prendere appunti. Leggendo questo appare evidente, perché la trama è sconnessa, le varie parti collegate in maniera un po' improvvisata e il comportamento di personaggi che già conosciamo, come Innelda, è spesso contrario al loro carattere per come viene descritto.
 
Ciononostante ci troviamo davanti a una space opera classicissima, piena di pistole, cannoni e persino anelli (!) a raggi, razzi spaziali, viaggi nel tempo, alieni, scienza implausibile ma spettacolare, fughe, inseguimenti, bombardamenti, poteri mentali di vario tipo e teorie politiche e psicologiche d'altri tempi, nonché innumerevoli colpi di scena che non esito a definire bizzarri. Non ai livelli di Slan, ma superiore a Le armi di Isher, per i miei gusti. 
 
Vi consiglio di leggerlo se amate l'avventura sfrenata con protagonisti altruisti, coraggiosi e infallibili, perché i colpi di scena sono spesso imprevedibili e l'ottimismo che si respira in ogni pagina oggi si trova raramente.
 
Bella macchina, anche se non c'entra un tubo col romanzo!

Questi della Rumianca si devono essere comprati un bel po' di quarte di copertina, ho perso il conto di quanti numeri portano questo annuncio.

La costina è IMPECCABILE!
 
Seconda di copertina con la pubblicite de "Il libro del giorno".
 
Frontespizio firmato a stilografica invece che a biro.
 
Maledetta stilografica! Nella sinossi il curatore, Monicelli, spoilera un dettaglio sull'Imperatrice Innelda che, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe da lei per com'è descritta, rientra negli stereotipi femminile del 1949 senza un pensiero.
 
JACONO TI AMO, illustrazione di partenza STREPITOSA. Bellissimo l'incipit del romanzo, in media res, che ci immerge subito nell'azione.
 
Cerchio rosso inserito da me: non so se è un errore di battitura o una scelta stilistica, dato che si tratta di dialogo, ma diamine.
 
Termini desueti, ok, ma "quegli" è BELLERRIMO e dovremmo tornare a usarlo.
 
Anch'io ho dei folti mustacchi! Grande fan.
 
"Principe del Curtin" fa tanto "Contessa del Beglait", come in Diabolik. Bella l'espressione "essere a giorno", anche se al tempo già si utilizzava "aggiornato".
 
In un quarto di pagina Jacono rende due espressioni meravigliose, bella composizione. Innelda è bellissima e quadra con le descrizioni, Hedrock lo facevo un po' più attempato.
 
I "bilioni" sono un vezzo della traduttrice, dato che non sono "miliardi" (billions) come in originale ma molto, molto di più.
 
Ogni tanto sono "trasmettitori vibrazionali", ogni tanto "trasmettitori vibratori", ergo una forma di teletrasporto (in orig. vibratory transmitters). Scarsa revisione del testo, temo.
 
IL GIGARATTO È BELLERRIMO!
 
Daje con la telepatia!
 
Con queli anelli Hedrock fa meraviglie.

Nell'originale la gente "applica la trasparenza" ("Neelan laid the transparency down on the steps", ad esempio), qui la Colli si lancia nell'invenzione di un apparecchio chiamato "trasparenziatore". Valente tentativo, ma meh.

I dettagli della scrivania mi fanno impazzire. Voglio anch'io tutti quei pulsanti e cursori! E un calamaio per la stilografica!

La prossima Recensione in Guanti Bianchi. Non vedo l'ora, di Simak ho letto pochissimo.

Credo quella "scala-comandi" abbia una C di troppo.

Ahio!

L'abitacolo di un "cosoplano". In questo caso si tratta di un "naviplano intrastellare".

Questo è Greer, il tizio con la scrivania piena di pulsanti, quelal di spalle è l'Imperatrice Innelda.

Nelle macchine da scrivere di un tempo mancavano alcuni tasti a cui noi, utenti di computer, siamo abituati. Per la precisione 1, 0 e le lettere accentate. Si faceva per semplificare la meccanica delle macchine e contenere i costi, quindi era uso indicare 1 con la "i" maiuscola o la "L" minuscola, 0 con la "o" maiuscola e gli accenti con gli apostrofi (à=a'). Ecco perché quella cifra ha un grossa I maiuscola alla fine!

Cosa sia il "semicerchio automatico del timone" e come il protagonista riesca a contare 180 "tic" in rapida successione mentre rischia di svenire per la velocità lo lascio alla fantasia del lettore.

Se l'erba è grigia sai che è un pianeta alieno!

Tutti vogliono fare la pelle a Hedrock!

GODZILLA LEVATE

Chissà chi è quello dietro. Una guardia?

Per parafrasare Douglas Adams, la parte peggiore di viaggi nel tempo è descriverli. Ah, e tono aulico aggratis.

Hedrock ne passa di cotte e dicrude.

Un giorno deciderò di procurarmi anche i 12 numeri di Urania Rivista, ma non è questo il giorno.

C'è un gruppo di scienziati che.. ma no, ho già spoilerato abbastanza. Però posso dirvi che l'erba è grigia.

Il copricapo dell'Imperatrice mi fa scompisciare.

Immortale o no, una porta robusta è una porta robusta.

Lo Sputnik sarebbe stato lanciato solo 4 anni dopo e non fu costruito in orbita, ma al tempo si sognava in grande.

Chissà se nel contempo su I Gialli Mondadori pubblicavano romanzi di fantascioenza a puntate? Nel caso lo sappiate fate un fischio, sono curioso.

"E grazie al cazzo" lo ha detto nessuno? :D

Sempre interessante!

Ancora pubblicità per Urania Rivista.

Ma qualcuno di voi sta provando a risolvere rebus, schemi e indovinelli? Volete foto più chiare?

Di prossima pubblicazione, nell'ordine, i numeri 18, 23, 22, 20, 19, 21, 24. Non avevano ancora le idee chiare sull'ordine, direi, o si sono imbattuti in contrattempi editoriali che, fidatevi, non mancano MAI.

Pubblicità ai (e figuriamoci) Gialli Mondadori.